TRIESTE SCIENCE PLUS FICTION FESTIVAL

Dall’uno al sei novembre 2016 si è tenuto a Trieste il Science Plus Fiction Festival, una corposa serie di eventi legati al cinema di Fantascienza, Fantasy e Horror che dal 2000 ha luogo ogni anno a Trieste, memore dell’antecedente Festival Internazionale del Film di Fantascienza nato nel 1963.

Ci sono arrivata il pomeriggio di venerdì quattro, dopo una breve visita al pittoresco Castello di Miramare. Ho fatto subito conoscenza con gli altri studenti di cinema a cui il Festival aveva regalato l’accredito e due considerazioni mi sono balenate nella mente, confermate poi guardando il resto del pubblico presente nelle sale: c’erano più donne di quello che si potrebbe immaginare, alla faccia dello stereotipo che lo sci-fi sia un genere da maschi (sì, Marvel, parlo con te. Dov’è il film della Vedova Nera? Lo rinnoviamo o no Peggy Carter?) ed io ero nettamente più giovane della maggior parte dei presenti (sebbene sia una costante nella mia vita, non mi spiego il perché di questo dato).

Le prime visioni della giornata erano una serie di cortometraggi in gara per il Méliès d’Argent al Miglior Cortometraggio Fantastico Europeo, vinto da Getting Fat in a Healthy Way di Kevork Aslanyan. Questo fresco e simpatico corto è ambientato in un futuro in cui la gravità è diminuita a causa di un incidente spaziale che ha danneggiato la Luna. In questo mondo l’unico modo per uscire di casa senza rischiare di precipitare nell’iperspazio è avere un certo peso corporeo, ben lontano da quello del minuto protagonista. Il premio è stato assegnato tramite un voto da parte del pubblico che ha sembrato gradire anche un altro corto dai toni comici, I need my space di Jesse Pohjonen.

Molto d’impatto anche White Collar, di Natalia Lampropoulou, un corto distopico sui colloqui di lavoro che ricorda le dinamiche dei mondi di Black Mirror. Notevole la qualità di Trial di Keith e David Lynch che sovrasta gli altri corti per soggetto, fotografia e montaggio quasi da blockbuster americano.

La visione della seconda tranche dei corti continua il sabato e si conclude con l’unico corto italiano in gara, il quale si rivela essere un porno, Queen Kong di Monica Stambrini, che lascia il pubblico un po’ perplesso e un po’ imbarazzato, fatta eccezione per quel ragazzo all’uscita della sala che raccontava eccitatissimo agli amici di come lui conoscesse già bene la regista e gli attori. Chissà da quanto aspettava una situazione adatta per potersene vantare.

Il primo lungometraggio che vedo è Blind Sun di Joyce Nashawati, ambientato in una torrida estate in Grecia. La storia segue il progressivo stordimento di un uomo causato dal caldo, dalla paranoia e da una pesante dose di sfiga. Il film si rivela un fiasco, il pubblico è parecchio scontento perché la trama non porta da nessuna parte e la tensione resta dall’inizio alla fine alla stessa minima altezza.

Dopo una pizza di quelle che se non avessi veramente fame ammetteresti il retro gusto di cartone, ritorniamo in sala per quello che è l’evento più atteso della giornata: la consegna del premio Urania d’Argento alla carriera a Rutger Hauer. Il pubblico è visibilmente in visibilio fangirlesco, mentre Hauer risponde comprensibilmente spaesato alle domande dei fan che vanno quasi sempre a parare sul se avesse mai pensato a come sarebbe diventando il mondo, essendo il celeberrimo Blade Runner ambientato nel 2019 (“I don’t know”, “Trump sucks”, “I don’t know”). La promessa dello staff di proiettare un film a sorpresa tra quelli in cui compare Hauer scade nella scelta di mostrare proprio Blade Runner, tra la gioia dei fan accaniti e la delusione di chi avrebbe voluto vedere qualcosa di più ricercato.

Cosciente della lotta tra il sonno e la veglia intrapresa per riuscire a vederne la fine, decido di saltare l’ultima proiezione della giornata e rincaso.

Il pomeriggio del sabato inizia con i sopracitati corti, per poi passare alla visione di The Rift, di Dejan Zečevič, un film che oscilla abilmente tra l’Horror e la Fantascienza, tra gli zombi e i salti spazio temporali, con una trama che prova a diventare interessante rallentando, però, di tanto in tanto. È piacevole, è guardabile, ma manca qualcosa, non troppo, sia chiaro.

 

schermata-2016-11-12-alle-14-09-55

 

È il momento del classico sci-fi della giornata, l’intramontabile Zombi di George Romero e Dario Argento. Quest’ultimo è presente in sala è risponde a qualche domanda di un giornalista raccontando il suo rapporto con Romero e con l’industria del settore, decidendo in ultimo di firmare qualche autografo. In sala ci sono diversi registi e interpreti dei film in concorso, lì per vedere Argento, a riprova della sua immensa influenza sul genere horror e sci-fi.

 

schermata-2016-11-12-alle-14-10-08

 

La proiezione seguente è Under the Shadow di Babak Anvari, un Horror ambientato a Teheran nel 1988, in pieno conflitto tra Iran e Iraq. La trama fa subito pensare a quella di Babadook: una madre e una bambina devono sopravvivere ai mostri della guerra e a quelli delle entità che si nascondono nella loro casa. I diversi microinfarti che ho avuto durante la visione provano la qualità di questa pellicola, incredibilmente coinvolgente a dispetto di averla vista in lingua originale e non arrivando a leggere i sottotitoli (maledette persone alte). Gli elementi storici e culturali, come la tradizione degli Djinn, rendono ancora più affascinante quest’horror che riceve il Premio della Critica Web per la miglior opera prima.

La serata prosegue con una festa alla quale si esibisce Dj Yoda, un dj londinese che crea una performance audio visiva a partire da spezzoni di film sci-fi conosciutissimi e musica hip hop. La gente un po’ ballava e un po’ scatenava il nerd interiore puntando il dito ad ogni attore riconosciuto: la festa perfetta per quelli a cui di solito le feste non piacciono.

Il terzo giorno debutta con la visione di Moonwalkers di Antoine Bardou-Jacquet, un’esilarante commedia che segue quelle che potrebbero essere state le trattative tra il governo americano e un regista per la realizzazione del filmato dell’allunaggio nel luglio 1969. Il cast è il più celebre visto fino ad ora, con Ron Perlman, Rupert Grint e Robert Sheehan, e, sebbene il film non sia pieno di mostri o alieni, la quantità di risate che provoca riesce a fargli vincere la simpatia degli spettatori, che gli assegnano il Premio del Pubblico.

Il film seguente è Train to Busan del coreano Yeon Sang-ho che racconta il frenetico viaggio in treno di un padre e la giovane figlioletta che tentano di rimanere in vita durante un’epidemia che porta le persone ad impazzire e a volersi cibare di altri umani. Ci sono mille motivi per cui un film sugli Zombi può fare schifo e scadere nella banalità, ma questo lungometraggio riesce ad evitarli tutti, creando una storia commovente e dinamica che fa affezionare lo spettatore ad ogni personaggio (tranne ad uno, che si merita il peggio, guardate e capirete).

La giornata e il festival si concludono con la cerimonia di premiazione durante la quale viene conferito il premio Asteroide al Miglior Lungometraggio di Fantascienza a Embers di Claire Carré.

 

schermata-2016-11-12-alle-14-10-21

 

Il giorno dopo faccio ritorno prendendo un Intercity Trieste-Padova e poi l’autobus per tornare a casa e, a parte il fatto che stare in un treno dopo aver visto Train to Busan mi ha messo un po’ d’ansia, questo brusco passaggio da un mezzo così efficiente a quello fin troppo abituale del bus mi ha ricordato che tutto passa nella vita, ma le cose belle lo fanno un po’ più in fretta.

Raggi fotonici e alabarde spaziali a tutti,

Minerva Refur


The Author

Punk Vanguard

Comments

Leave a Reply