TRAVEL JOURNAL #3

ZANZIBAR – Il volo questa volta è di notte. Mi imbarco a mezzanotte e neanche il tempo di decollare che mi addormento. Otto ore dopo mi risveglio in quel di Zanzibar. L’arrivo non è dei migliori, l’organizzazione aeroportuale è un po’ precaria ma non ci bado tanto, mi infilo su un pulmino toyota e mi dirigo verso il villaggio dove avrei alloggiato per la settimana seguente. L’aria all’interno dell’abitacolo del bus è afosa e densa di polvere, una musica dai suoni primitivi si fa spazio tra noi turisti uscendo dalla radio. Sono ufficialmente in Africa. Un’ora e mezza di sudore dopo arrivo al villaggio di Kiwengwa.

Ho solo voglia di mare nonostante il cielo un po’ nuvoloso. In un tempo record mollo i bagagli, mi metto il costume e mi fiondo in spiaggia. Neanche raggiungo la riva che vengo placcata da alcuni ragazzi del posto: i cosiddetti beach boys. Ce ne sono una marea. Sono ragazzi  che praticamente passano le loro giornate sulla spiaggia a fermare turisti per promuovere la loro attività. Alcuni sono commercianti, altri si improvvisano guide turistiche per qualche dollaro, altri ancora artigiani. Parlano tutti molto bene l’italiano. Mi chiedono se voglio bracciali, portachiavi,ciotole,occhiali… no raga. Voglio solo farmi un bagno! Li liquido bruscamente e scappo. Mia madre invece, di indole paziente, si ferma a parlare con loro e chiede informazioni sull’isola. Insieme ad altri turisti prenota una gita per l’indomani.

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Visita all’isola delle tartarughe giganti e in seguito alla lingua di sabbia di Nakupenda.
Io, mia madre e un’altra manciata di persone partiamo di buon mattino e dopo qualche ora, finalmente, raggiungiamo l’isola delle tartarughe giganti. Scendiamo dalla barchetta in legno e subito ci aspetta un altro beach boy che si presenta come Capitano Findus il quale ci invita a fare quattro salti in padella sull’isola. Ci porta a vedere il giardino dove vivono queste tartarughe di terra enormi e ci spiega che questa specie è la più longeva al mondo, esse infatti possono vivere fino a 450/500 anni. Pazzesco. Ognuna di loro ha una cifra scritta in blu sul guscio che sta ad indicare l’età. La più anziana in quel giardino ha 157 anni. Un paio di foto e proseguo.
Un sentiero ci porta a un vecchio edificio che a quanto ho capito doveva essere un’antica prigione dove venivano tenuti gli schiavi che i signori dell’isola -ricchi arabi- compravano direttamente da Zanzibar. In seguito questo casermone fu usato come luogo di quarantena per i malati colpiti dalla peste che si abbatté su questi territori verso la fine del 1800.
Un giro per il cortile della prigione e finisce la visita.
Risaliamo sulla barchetta e poco dopo avvistiamo una striscia di terra bianchissima in mezzo al mare, Nakupenda. Scendiamo.
WOW. Il paradiso: 300 metri di spiaggia candida in contrasto col mare blu. Io sparisco in acqua, mia madre si piazza al sole e intanto i beach boys preparano la frutta per tutti. Nelle ore più calde della giornata il solleone ringhia con tutta la sua forza sulla pelle salata mentre il vento mi ricopre di uno strato leggero di sabbia, ma nonostante questo si sta veramente da dio. Mangiamo tutti insieme. Menù del giorno: riso con salsa di cocco, pomodoro e carote, patatine fritte, gamberi e pesce arrosto. Con la pancia piena mi sdraio al sole ma la mia siesta viene brutalmente interrotta dai beach boys che cominciano a gridare un motivetto carino in swahili insieme ad altri turisti. Dopo qualche minuto cantavamo tutti insieme.

Faceva più o meno così:

JAMBO JAMBO BWANA CIAO CIAO VISITATORE
HABARI GANI COME VA
MZURI SANA TUTTO BENE
WAGENI WAKARIBISHA GLI STRANIERI SONO BENVENUTI
ZANZIBAR YETU, HAKUNA MATATA A ZANZIBAR, NESSUN PROBLEMA

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A una certa però dobbiamo fare ritorno. Stasera andiamo al Waikiki, un locale sulla spiaggia a Kiwengwa.
Un sacco di giovani zanzibarini ballano simmetricamente in gruppo seguendo uno schema preciso di passi neanche troppo difficili, così anche noi turisti ci almagaghiamo a loro. Nascono amicizie tra tutti, l’atmosfera è stupenda. Inoltre il cielo è pieno di stelle e grazie alla scarsa illuminazione pubblica ogni sera si può godere di questo magnifico manto luminoso.

La bellezza dell’isola di Zanzibar si sta insinuando nel mio cuore. Impressione che confermo del tutto dopo aver visitato la parte più a nord dell’isola: il villaggio di Kendwa e la spiaggia di Nungwi.
Il villaggio di Kendwa è nella parte nord ovest dell’isola ed è prevalentemente abitato da pescatori.
Poco a largo dalla riva ci sono innumerevoli barchette di legno e sempre poco lontano dalla riva, ma verso l’entroterra, sotto altissime palme, molti artigiani si danno da fare per levigare dei tronchi di mangrovia utili per costruire altre imbarcazioni. Inoltre il villaggio di Kendwa è famoso a Zanzibar perché dispone di una piccola riserva di tartarughe marine alla quale si accede senza problemi attraverso un portone. Lì le tartarughe marine vengono allevate, curate e successivamente liberate. Ce ne sono di due tipi, quelle carnivore e quelle erbivore, tenute in luoghi separati per evitare episodi di cannibalismo.
Il ragazzo della riserva, oltre a questo, ci spiega che i cuccioli di tartaruga vengono prelevati dalla spiaggia e fatti nascere in riserva perché c’è il rischio che i gabbiani li uccidano. Detto questo con un gesto della mano ci indica la vasca dei cuccioli. Inutile dire che erano di una tenerezza incredibile. Rimango per 5 minuti imbambolata con gli occhi a cuoricino davanti a loro.

 

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Un’ora dopo sono sulla spiaggia di Nungwi, nota per i bellissimi tramonti che regala a chi guarda in direzione ovest. Peccato per l’acqua gelida. Sono già le 16:30 circa e il sole dovrebbe tramontare verso le 18:15. Le nuvole in cielo non promettono niente di buono. Sperando che se ne vadano mi sdraio sulla sabbia e mi addormento. Ma niente da fare, all’ora del tramonto le nuvole sono ancora lì e coprono il sole mentre scende nel mare. Che sbatti. Delusa torno a Kiwengwa.
Sulla strada di ritorno c’è traffico, ma nessun’auto. Solo un sacco di persone accalcate sul ciglio della strada davanti a una televisione minuscola. Una scena del genere mi fa capire quanto tutti noi occidentali siamo fortunati ad avere comodità che uno zanzibarino – o africano in generale- magari non potrà mai possedere. D’altra parte però in ambienti poveri come questo, si hanno più occasioni per stare insieme, lontano da ogni forma di tecnologia,lontani dall’avidità che può portare la ricchezza.
Arrivo a Kiwengwa e scendo dal pulmino, ho le gambe intorpidite. Decido di fare un giro per le bancarelle degli indigeni per sgranchirmi e intanto compro qualche aggeggio da portare a casa.

Gli ultimi due giorni li passo in spiaggia sotto il sole a cuocere come un salamino sulla griglia. Non voglio tornare a casa senza prima essermi ustionata per bene.
Rossa come un gambero mercoledì mattina mi alzo prima dell’alba, e via verso l’aeroporto.
Dopo lunghe attese per le varie procedure di imbarco finalmente a mezzogiorno e qualcosa si decolla.
Neanche sento il tonfo dell’atterraggio, ad attirare la mia attenzione è la voce di uno steward all’altoparlante.

‘‘Benvenuti all’aeroporto di Milano Malpensa, ora locale 19:20, l’equipaggio insieme al comandante vi augura un buon rientro a casa’’.

Recupero la valigia e torno a casa nella speranza di trovare una spiaggia bianca e un mare blu dietro la porta di casa.

CHEROL.


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Punk Vanguard

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