“Sua Falsità” Damien Hirst

Sono andato a Venezia a vedere “Treasures from the Wreck of the Unbelievable”.

La mostra di Damien Hirst, che si divide tra Palazzo Grassi e Punta della Dogana, sponsorizzata dal magnate Francois Pinault, ha quel tipo di aura positiva che percepiamo solo raramente in eventi del genere.

Partiamo dai luoghi espositivi: Punta della Dogana, con il restauro di Tadao Ando, varrebbe la visita anche se l’edificio fosse vuoto. Palazzo Grassi già da anni è un punto cardine dell’arte contemporanea veneziana, poi se Hirst ci piazza una statua di 18 metri nell’atrio, allora non c’è altro da aggiungere.

 

 

L’esposizione, che ha avuto quasi un decennio di gestazione, si basa sul ritrovamento del carico della nave Apistos (Unbelievable in Inglese) al largo della costa orientale africana; suddetta nave, di proprietà del liberto Cif Amotan II vissuto tra il primo e secondo secolo d. C., trasportava sculture e opere d’arte che dovevano servire ad ornare un tempio in onore del Dio Sole in oriente, voluto proprio dal ricchissimo schiavo liberato.

 

 

Tutto molto bello, ma chi mastica un minimo di biografia di Hirst sa benissimo che la questione odora di presa per i fondelli. Innanzitutto, perché mai l’ex prodigio degli Young British Artists dovrebbe associare il suo nome ad una mostra archeologica? Perché nessuno ha mai riferito la scoperta in questi anni? I dubbi vengono sciolti velocemente nel video di Punta della Dogana (questa è la prima sede che bisogna visitare) che si trova in entrata: sommozzatori che imbragano statue riverse nel fondale marino e che fanno ampi gesti perché la gru le tiri su, archeologi che ripuliscono le opere dalla sabbia. Sì, peccato che queste abbiano le forme di Topolino, dei Transformers, di Pippo ecc.

 

 

A questo punto entri che hai già le idee chiare sul fatto che tutto sarà falso, esagerato, kitsch e pacchiano come solo lui sa essere.

E infatti ti trovi un finto calendario azteco di pietra, incrostato da finti coralli e finti elementi fitomorfi, finte statue antiche con riferimenti alla mitologia greca, finti busti antichi egiziani o babilonesi con la faccia che assomiglia a quella di Rihanna, di Kate Moss, di Pharrell Williams e di Hirst stesso, oltre a finte monete d’oro, suppellettili e spade. Oro, argento, bronzo, giada e marmo i materiali principali, giusto per spendere un po’.

 

 

Capita l’ironia e il ruolo delle fake news nella società odierna, prosegui la mostra in tutte e due le sedi apprezzando più che altro la bellezza e la maestosità di certe opere, che a mio avviso sono ancora più interessanti perché coperte dalle finte spugne marine e dai coralli colorati che ne sfigurano e cambiano la forma.

Le strizzate d’occhio ad altri artisti contemporanei non mancano, vedi le aragoste alla Jeff Koons e i Mickey Mouse e i rats alla Banksy, come non mancano gli immancabili riferimenti alla vita, alla morte, alla scienza e alla cultura pop.

Non siamo magari ai livelli degli animali in formaldeide o delle farmacie, ma se Damien Hirst doveva scrollarsi di dosso quel periodo di appannamento che lo stava accompagnando dal 2009 a causa degli scarsi risultati di vendita e poche idee, sicuramente c’è riuscito.

La mia sensazione è stata quella di aver visto qualcosa che, nel bene o nel male, non possa lasciare indifferenti.

Del resto lui è così: è come quando ti compri con i risparmi del lavoro una bella Renault Clio grigio antracite e ne sei soddisfatto, ma poi arriva il tuo amicone e ti parcheggia di fianco la sua Range Rover Sport color oro e ti dice che l’ha pagata pochissimo. Bonariamente falso ed esagerato, proprio come Damien Hirst.

 

Giulio Sogliacchi


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Punk Vanguard

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