Le performance ai confini con la biologia e le coreografie epidermiche nell’arte di Kira O’Reilly

“Mi è rimasto solo il sangue, prendetelo ma non fatemi soffrire a lungo” pare avesse detto Maria Antonietta prima di venire decapitata nel 1793 a Parigi.
Inizio con questa frase incisiva, quanto drammatica (visto il contesto storico in cui è stata pronunciata), perché il tema di cui tratto in questo articolo ha come fulcro centrale il salasso di sangue realizzato in ambito artistico dalla performer Kira O’Reilly. Prima di addentrarmi però nella sfera creativa ed analizzare l’artista che ha concesso_ letteralmente_ la vitalità del suo corpo alla scena e al pubblico, è necessaria una breve introduzione tecnica per comprendere meglio che cos’è un salasso, le sue origini e i significati storici e filosofici.

Il salasso (prelievo di sangue) è stata una pratica medica presente dall’antichità fino al XIX secolo e veniva eseguita perché molte malattie venivano associate ad un eccesso di sangue o a masse derivanti da questo (pletora). Con Galeno tale pratica assunse maggiore importanza perché venne smentita l’idea che le vene e le arterie erano composte d’aria e di conseguenza si incominciò ad utilizzare il salasso non solo per eliminare il sangue stagnante, ma anche come strumento per riequilibrare gli umori, in quanto (come prevedeva anche la filosofia di Aristotele) il sangue svolgeva un ruolo centrale e decisivo nel mantenimento dell’armonia salutare, somatica e psichica dell’uomo.
E questo pensiero filosofico antico del corpo si ripresenta (anche se con connotati diversi) nella performance Wet Cup del 2000 di Kira O’Reilly. In questo lavoro Kira vuole ribadire l’idea che il corpo è un vaso che contiene vita, un luogo e uno spazio fisico in cui si verificano le tensioni tra le parti esterne e quelle interne. Se infatti l’involucro (la pelle) è la zona più vulnerabile e delicata perché perennemente esposta e a contatto con un ambiente che la può danneggiare, la parte interna è letteralmente sede di vita in quanto scorre il sangue, che come abbiamo visto è sinonimo di vitalità.
La O’Reilly quindi in Wet Cup gioca a creare un dialogo “carnale” tra la sua pelle e il suo sangue: attraverso l’utilizzo di strumenti medici, come ad esempio bisturi, coppette bagnate, sanguisughe e salassi, ella ferisce ed incide la sua pelle per evidenziare la fragilità dell’epidermide e per far sgorgare al di fuori la vita (ossia il sangue). Si assiste così a una danza del sangue che agisce sulla carne, danza a cui gli spettatori sono invitati a partecipare per scoprire il micro cosmo che si agita al di sotto della cute, oltre che a renderli consapevoli che il corpo è quel luogo che non va mai smesso di essere interrogato.

L’artista crea una narrativa che si scrive sugli strati della sua pelle e come afferma proprio Stephen Wilson in Art+Science Now: “La O’Reilly spera che le sue performance stimolino il suo pubblico a considerare il corpo come un luogo di  fili narrativi … nodi e finti nodi in perenne spostamento” [1].
Seduta su uno sgabello l’artista si fa applicare, dal suo collaboratore Ernst Fischer, 22 coppette di vetro riscaldate che tirano e risucchiano la sua pelle, dopo qualche minuto le ampolle vengono estratte e si procede al taglio, tramite bisturi, di alcune porzioni di cute, successivamente le varie aperture vengono unite a dei salassi che assorbono il sangue e provocano nel substrato cutaneo segni, ematomi e cicatrici che saranno visibili anche dopo varie settimane. La fusione causata dalla pratica del taglio, è per la performer, la possibilità di tessere un legame tra zone ed elementi che usualmente sono separati, e l’immagine di un corpo “aperto”, in costante relazione con ciò che lo circonda e che si sporge oltre i suoi confini cutanei, non può non riportarci alla memoria la teoria della reversibilità di Merleau-Ponty, in cui mondo e carne non sono soggetti a se stanti, ma essendo parte di un’unica trama si uniscono confondendosi e mescolandosi.

 

kira

 

Successivamente a questo lavoro, che è anche il più famoso,  la carriera della O’Reilly è continuata comunque in modo molto interessante: tra il 2003 e il 2004 infatti collabora con il Symbiotica (University of Western Australia) per un progetto di bioarte presso il dipartimento di anatomia umana, dove vengono esplorate le connessioni e le interferenze tra le biotecnologie e la natura degli
esseri viventi. Le sue creazioni performative invece si sono concentrate verso uno studio del corpo che, se da una parte ricordano la body art di Gina Pane e Marina Abramovic, dall’altra rinviano all’ambiente medico e biotecnologico, spesso però facendo riferimento alla questione femminista e animalista, per quest’ultima non si può non ricordare uno tra i suoi lavori recenti più famosi ossia Falling Asleep with a Pig del 2007. In questa sua performance la O’Reilly con-vive nello stesso spazio on Deliah (un maialino Potbellied vietnamita) per un asso di tempo che varia dalle 36 ore (prima versione realizzatasi nelle gallerie a Cornerhouse, Manchester nel Gennaio 2009) alle 72 ore (seconda versione avvenuta a Londra nell’Ottobre del 2009).
L’obiettivo dell’artista è quello di costruire una relazione empatica con l’animale e creare un ritmo vitale simmetrico che coinvolge sia i momenti pratici, come quelli della nutrizione e del riposo, sia quelli di relax e gioco. Questo per ribadire che tutti i mammiferi possono entrare  in sintonia tra di loro e che la convivenza rispettosa tra animale umano (Kira) e animale non umano (il maialino) può verificarsi a tutti gli effetti.   Uno dei suoi ultimi lavori Untitled (Slick Glittery) invece è un inno alla lentezza, perché attraverso l’uso in scena di uova rotte e verde glitter, la performer gioca a inventare e trasformare i suoi movimenti e ad esplorare le possibilità del corpo per oltre quatto ore.
Con la sua arte la O’Reilly costruisce un immaginario fisico in cui la materia esplode, la vita entra ed invade la scena e si rigenera in fiabe carnali che è impossibile non raccontare.

 

Nausica Hanz

[1] Stephen Wilson, Art+Science Now, Thames & Hudson, 2010, cit pag 63.


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Punk Vanguard

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