CHRIS BURDEN

CHRIS BURDEN

Negli anni Settanta l’arte aveva bisogno di materiali dotati di un’energia vitale maggiore rispetto a quelli usati tradizionalmente dagli artisti. Qualcosa che potesse smuovere in maniera decisa ed energica l’animo dello spettatore. Ecco che la Body Art fa coincidere il corpo dell’artista stesso come soggetto e materia prima dell’opera.

Precursore di questa tendenza era stato Marcel Duchamp, genio del Dadaismo, che negli anni ’20 amava già travestirsi e cambiare identità e sesso; il suo personaggio “Rrose Sélavy”, pronunciandolo come “Eros, c’est la vie”, diventa “Eros, è la vita”, facendo convivere 2 aspetti: uno performativo e uno concettuale.

Tornando alla Body Art vera e propria, c’è un artista che più di chiunque altro ha stupito per le sue performance estreme, l’americano Chris Burden.

Rischiare la vita, la sofferenza e l’autolesionismo diventano l’apice delle sue azioni performative. Già durante la tesi di laurea, realizza la performance “Five Day Locker Piece”, dove rimane chiuso per cinque giorni dentro un armadietto della scuola, bevendo solo acqua, e misurando così il livello di resistenza fisica e psicologica dell’uomo.

Ma la performance più famosa rimane sicuramente “Shoot” del 1971; Burden convince addirittura un amico a sparargli in un braccio, davanti ad un pubblico incredulo. Ciò che differenzia Burden dagli altri Body Artists, è che chiedendo a qualcuno di sparargli, induce la persona a compiere un reato perseguibile dalla legge. A seguito delle numerose critiche, Burden rispose così: “Era per me un’esperienza mentale, era sapere che alle 7 e mezza sarei andato a fare un’azione in cui qualcuno mi avrebbe sparato addosso. Era come poter organizzare il destino o qualcosa del genere, in maniera controllata. L’aspetto violento non era molto importante, era, in fondo, il modo per poter sperimentare queste riflessioni”.

Giulio Sogliacchi


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Punk Vanguard

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