BLUE SHOE STRINGS

Nel Road Cafè maledetto, un uomo, la barba lunga e irsuta, la bandana in testa e il giubbotto da motociclista, spinge un nichelino nel jukebox. C’è poca gente ad ascoltare la musica: qualcuno al bancone, davanti ad una pinta, un altro paio che giocano a freccette e un tizio che è appena uscito dal cesso. l’uomo del jukebox si accende una sigaretta e si mette ad ascoltare, soddisfatto, il disco che ha appena caricato. Il titolo è “For A Bottle Of Coke”, loro sono i Blue Shoe Strings.

I primi pezzi (“Get Lost”, “Me O’ My, Me O’ Blues”, “I Ain’t”) risvegliano l’attenzione della clientela, che ora è stuzzicata dal graffiante garage blues che si è diffuso nell’aria. Le linee di basso fanno vibrare le pinte di vetro, sono accattivanti e travolgenti. La voce ricorda molto lo stoner, con la sua arroganza e strafottenza graffiante. Sta entrando altra gente nel locale, la musica del jukebox si sente perfino dal parcheggio. Il barista non crede ai suoi occhi. Una dietro l’altra le pinte si allineano sul bancone e i nuovi arrivati fissano il jukebox illuminato di verde. Da lì, morbidi come un whisky liscio, i Blue Shoe Strings continuano con la loro musica. A qualcuno ricordano un po’ Jack White per certi assoli, ad altri, più semplicemente, un treno merci che macina miglia tra le dune dell’Arizona.
Dopo un breve intermezzo strumentale (“Bottleneck”), gli ascoltatori sono accompagnati verso la seconda metà dell’album, dove c’è il tempo per una ballata malinconica direttamente dalle paludi della Louisiana (“Dead Love’s Tree”). Il barista ha già chiamato suo nipote e suo cugino perché vadano lì ad aiutarlo a spinare le birre e a versare Bourbon, ormai è una bolgia. Gli ultimi pezzi (“John The Revelator”, “The Strings Go”) sono una cavalcata trionfale verso l’orizzonte con il suo sole in tramonto: le pareti del Road Cafè tremano, il barista è svenuto dietro al bancone, ma nessuno se n’è accorto, la ressa spinge, si accalca, si muove come un unico corpo. Quando l’ultima nota si spegne, cala il silenzio più totale. Si sentono sbuffare i cavalli legati fuori dal locale, una sirena in lontananza. La gente, senza dire una parola, se ne va, incantata, verso il proprio pick up o motocicletta o cavallo.

Al Road Cafè maledetto non c’è più nessuno, la serata è finita, i Blue Shoe Strings non suonano più.

Shane McKeane

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Punk Vanguard

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