ART WEEKLY #9 GILLIAN WEARING

GILLIAN WEARING

Signs that say what you want them to say and not signs that say what someone else wants you to say.

Segni che dicono ciò che volete che dicano e non segni che dicono ciò che altri vogliono che voi diciate:
queste le parole del titolo dell’opera di Gillian Wearing del 1992, titolo che già alla prima letta fa un po’ sorridere.
Si tratta di una serie di cinquanta fotografie a colori che ritraggono delle persone mentre impugnano dei fogli. Ma chi sono queste persone? Che funzione hanno quei fogli?
Persone comuni, persone incontrate per strada, alle quali viene chiesto, o suggerito, di scrivere su quel supporto bianco un pensiero intimo, una confessione, un dubbio od una domanda.

11328837_10204713627215743_1300221668_n

C’è una ricerca della verità, quella intima, che siamo soliti nascondere o mascherare, ma c’è anche una volontà di ricerca, una curiosità sensibile per così dire, su chi sono le persone con cui condividiamo strade e percorsi, e attraverso queste conoscere qualcosa in più su se stessi.

Il risultato è un ritratto denso di significato: la dimensione pubblica cede il passo a quella privata, le convenzioni sociali scardinate, la tradizione esposta alla luce del flash e ben inquadrata, il tutto filtrato dalla sincerità, dalla schiettezza di queste piccole sentenze, che potremmo leggere come spie e termometro dei moti dell’animo ed effigi del nostro contemporaneo.
Questi passanti vengono fotografati, ritratti, eppure non è la sola azione dello scattare a donargli pienezza: solo le frasi, o i segni, sono le parole a restituire ai volti quel senso di intima verità che l’artista cerca, ed è questa a generare una forte sensazione di disagio.

11425326_10204713627255744_1150812134_n

“La serie Signs non mi è mai sembrata divertente, anche se c’è di tutto in quel lavoro. La sensazione di disagio deriva dalla verità della gente. […] è più facile esser sincero con qualcuno che non rivedrai.[1]

Ne risulta un tentativo di abbattere certi stereotipi sociali, di smascherare una oramai decadente idea di libertà, poiché anche se esposto, il dato non è completamente conoscibile, e qualora lo fosse, qualcosa verrebbe a mancare. E’ la responsabilità a determinare libertà, ed ecco che “dire ciò che vuoi dire e non quello che gli altri voglio che dici” è forse un piccolo atto sovversivo, una dichiarazione di coraggio e una forma di conoscenza di sé e degli altri.

“Le parole sono come la ghianda da cui può crescere una quercia.[2]

 

Letizia Liguori

Fonti:
www.whitechapelgallery.org
www.tate.org.uk
Emanuele Arielli, Wittgenstein e l’arte. L’estetica come problema linguistico ed epistemologico, Mimesis, 2012, p. 132
De Cecco Emanuela; Romano Gianni, Contemporanee. Percorsi e poetiche delle artiste dagli anni Ottanta ad oggi, Postmedia Books, 2002, p. 299

[1] De Cecco Emanuela; Romano Gianni, Contemporanee. Percorsi e poetiche delle artiste dagli anni Ottanta ad oggi, Postmedia Books, 2002, p. 299
[2] Emanuele Arielli, Wittgenstein e l’arte, Mimesis, 2012, p. 132

10152790_10204713627335746_1401525934_n


The Author

Punk Vanguard

Comments

Leave a Reply