ART WEEKLY #7 RIRKRIT TIRAVANIJA

RIRKRIT TIRAVANIJA

“Qui, nel museo, dove la forma è nata: non funziona più perché smette di essere efficiente nella sua inefficienza, che si oppone a un certo tipo di economia. Direi che questa forma, questo flusso può realizzarsi solo in uno spazio che sia costantemente sfuocato, in bilico tra arte e vita. La forma non si può localizzare nell’oggetto: quindi deve essere inefficiente in un certo senso, per indicare che avrà un sviluppo e un altro ancora.”

Hans Urlich Obrist, Intervista a Rirkrit Tiravanija, registrata in occasione della performance tenutasi alla Secessione di Vienna, nel 1997, prima tappa di Cities on the Move.

11185824_10204410896687669_2031169022_n

New York, 1990.

Siamo alla Paula Allen Gallery, dove Rirkrit Tiravanija allestisce una cucina temporanea all’interno dello spazio espositivo.
Questa, Untitled (1990) è la prima performance dell’artista, che lo vede impegnato nel disporre piastra da cottura, pentole per il riso, ciotole, posate, un frigorifero e degli sgabelli all’interno della galleria.
Il menu offerto consiste in pietanze tipiche thailandesi, pad thai, ramen, zuppa tom kha.
Il fruitore è semplicemente invitato a servirsi e mangiare, mentre l’artista, successivamente accompagnato da dei collaboratori, cucina.
Il pasto è gratuito, offerto dall’artista, e condiviso, in quanto l’ambiente è quello di un buffet, dove protagonista è l’atto del mangiare collettivo.
Al termine del pasto, e della performance, la galleria chiude le porte e ciò che rimane a testimoniare e raccontare l’evento sono le stoviglie sporche, lattine di birra e coca-cola e tovaglioli unti.
Ma non solo.

L’aspetto fondamentale di questa performance è ciò che lascia a coloro i quali l’hanno vissuta, ovvero i sapori, gli odori, una prima sensazione di straniamento, le conversazioni tra sconosciuti e l’assetto fortemente relazione e cosmopolita dell’azione.

La galleria ora si fa cucina e salotto, un luogo predisposto all’esposizione di un atto intimo e privato come quello del pasto. La sala espositiva, nel dettaglio, diventa un’occasione, un momento-azione, di incontro, di creazione di relazioni tra l’artista e i commensali e i commensali stessi. Ciò che Tiravanija opera è un creare qualcosa con ciò che ha a disposizione, rinunciando, per così dire, alla poetica dell’oggetto in favore di un’esaltazione del momento della condivisione. Se l’oggetto cambia in base alla percezione che abbiamo di questo, cosa succede quando l’artista invita a sedersi e mangiare?

L’artista afferma che importanti sono le influenze buddiste, cultura che lo ha accompagnato fin dall’infanzia. “La società Thai è molto comune. Tutti sono fratello e sorella, tutti sono la madre e il padre, tutti sono una famiglia. L’ atteggiamento verso la vita è che esisti in una specie di famiglia.
La signora che vende generi alimentari è come una zia, l’uomo che spazza il pavimento è come uno zio, l’atteggiamento è quello del rispetto dell’altro in quanto è sempre presente nel tuo mondo e nella tua vita.”

Questo tipo di performance non vede lo spettatore passivo osservatore, fruitore silenzioso e sostanzialmente altro dall’azione.

Tiravanija cerca il coinvolgimento del pubblico, cerca di creare una reale ed istantanea relazione, fatta di odori, sapori, conversazioni, quali medium di un operare consapevole all’interno di un sistema saturo di immagini, oggetti, illusorie relazioni. Che cosa, se non il cibo, può realmente avvicinare?

“Lo stesso avviene con lo spazio privato. In maniera discreta, la sua scomparsa è contemporanea a quella dello spazio pubblico. Il primo non è più un segreto, il secondo non è più uno spettacolo. L’opposizione che li distingueva, interno ed esterno, che appunto descrivevano la scena domestica degli oggetti e quella dello spaio simbolico del soggetto, si è annullata a favore di una doppia oscenità attraverso la quale le dinamiche più intime della nostra vita vengono virtualmente date in pasto ai media.” (1)

Letizia Liguori

 

Fonti:
Brown, G., Rirkrit Tiravanija: other things, elsewhere, Flash Art, vol.27, no.177, pp.103–4, 1994
Bishop, C., Antagonism and relational aesthetics, October, vol.110, pp.51–79, 2004
(1)Hal Foster (a cura di), L’antiestetica. Saggi sulla cultura postmoderna, postmedia books, 2014, pp. 146-154

 


The Author

Punk Vanguard

Comments

Leave a Reply