ART WEEKLY #2 ARMAN LE PLEIN

Arman Le Plein

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Nel 1947, a Nizza, Armand Pierre Fernandez e Yves Klein, entrambi diciannovenni, si conoscono ad una lezione di judo.

Ha inizio così una profonda amicizia, tanto che, nel 1960, in risposta all’installazione dell’amico The Void, Arman (nel 1957 un errore di stampa su un manifesto omette l’ultima lettera del suo nome, così l’artista lo sceglie come pseudonimo) espone Le Plein, sempre alla  Galleria Iris Clert, per una durata di dieci giorni.

“The event that will singled it out, is LE PLEIN, is the FULL UP.
With the help from MARTIAL RAYSSE, Arman fills up the IRIS CLERT gallery, 3 rue des Beaux Arts in Paris for an openning on october 25th 1960.
They pile up all kind of objects such as old records or defective lamps before realizing that filling the gallery will require a hefty volume of objects difficult to gather. Therefore, they contacted the Abbé PIERRE (a famous french catholic priest who took in charge and helped the poors and provided them some work thru his association: Emmaüs) and asked him some old pieces of furniture.”

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L’invito per l’apertura della mostra venne concepito come una scatola di sardine riempita di rifiuti e contenente un testo del critico d’arte francese Pierre Restany:

  “A major event at Iris Clert ‘s in 1960 gives to the New Realism its architectonic dimension. In such a context, the fact is quite important. Up until now, no move of appropriation at the antipode of emptiness had encircled so closely the authentic organicity of contigent reality”.

Arman, conclusa la mostra, scrive alla sua prima moglie  Éliane Radigue:

I want to make some” full up ” in the world and, supreme maieutic for me, i want to help bring to birth some of these sweet and formidable animals nestled in a restricted space and ready to devour a sugar candy-  hands raise up, everybody takes away what pleases them and in spite of these small amputations, he is always well full and beautiful. There were some who exorcized his presence by trying to“surrealize”him, he didn’t care and through this very attitute was unattackable because where can you find the intention ? in a big animal with no end to start with?  And after this to change space, I’d like one day to make a “heap” in the open air, people would come to draw anything they like a car, a scooter, a gold bar, cigarette butts, a razor etc etc etc…” And me, I lean forward to draw from you some of this love.

I’m soooo hungry for, Arman.

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La pratica artistica di Arman si presenta come pratica di accumulazione e quantificazione.
L’artista assembla quegli oggetti che la società rifiuta, getta, dimentica o considera di poca importanza, quegli oggetti di cui il quotidiano abbonda e trabocca, rendendoli di difficile smaltimento.
Arman dignifica l’oggetto di consumo, lo preleva dal proprio contesto e ne restituisce rispettabilità.
La sua ricerca indaga Il Pieno, e tre sono i momenti fondamentali di cui la sua pratica è costituita: l’appropriazione, l’assemblaggio e la presentazione finale come opera d’arte.
La galleria era fisicamente colma d’oggetti e di spazzatura; qui, lo spazio sacro dell’arte, viene riempito di tutto ciò di cui il quotidiano si nutre ed espelle, quella cultura del consumo incontrollato.
I quesiti posti dall’artista interessano proprio la società dei consumi: le sensazioni di indifferenziazione, di isolamento, dell’essere e dell’apparire, dell’avere a tutti i costi.
Dunque, di che cosa, alla fine, abbiamo bisogno?

Letizia Liguori

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Punk Vanguard

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