ART WEEKLY #11 MIKE KELLEY

MIKE KELLEY

Plato’s Cave, Rothko’s Chapel, Lincol’s Profile (1985-6).

“A lot of the relationships were produced through random methods. The very title of the project Plato’s Cave, Rothko’s Chapel, Lincoln’s Profile is a random grouping, linked only because they are all in the possessive. All of the metaphorical connections in the piece grew out of that loose pairing of possessives. I was trying to produce something that seemed mysterious and arcane, but was just a façade; it is a pseudo-mystical artwork.”

Misterioso o no, Plato’s Cave rimane uno dei progetti più interessanti di Kelley.
Il lavoro consiste in una serie di dipinti, nell’installazione The Trajectory of Light in Plato’s Cave e in un testo poetico. Ma non finisce qui, eh.
Il progetto culmina nel dicembre del 1986 in una performance che vide le collaborazioni dell’attrice Molly Cleator e dei Sonic Youth.

A proposito dei Sonic, ecco cosa disse Kim Gordon in occasione della retrospettiva dell’artista (morto suicida nel 2012) al Moca:

“Plato’s Cave, I felt like we were some kind of a Greek chorus to it, and I always thought of Mike as a performance artist more than a visual artist. And at some point, I realized the work was the performance.”

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Performance, installazione, dipinti.
Prima di tutto il lavoro di Kelley è un lavoro sul concetto di sublime e sulla sua declinazione misterico-grottesca, è la dimensione oscura e arcana della grotta a caratterizzarne l’intera esperienza, ed ancora, un lavoro di giustapposizione, di decostruzione di significati ed agitazione di significanti.

Tre figure storiche, Platone, Rothko e Lincoln, e un gioco di “’s” possessive, che si fagocitano, si rincorrono, di cui Kelley si serve per ri-scrivere, per ri- mettere in gioco.

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Inizialmente sono le grandi tele in bianco e nero a catturare l’attenzione dello spettatore, dall’assassinio di Lincoln (Sic Semper Tyrannis) alla crocifissione di Gesù (The Little Side Cave #1), e la più grande di queste, Exploring, illustra proprio “l’esplorare” e suggerisce, ammiccando, la posizione dello speleologo. Questa tela, infatti, dista diciotto pollici dal pavimento, distanza che si configura come soglia da varcare, gattonando, per accedere ad una dimensione ulteriore, quella di The Trajectory of Light in Plato’s Cave.

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La caverna è così allestita: un camino artificiale nel centro, delle candele elettriche, pareti in finto mattone su cui si stagliano grandi tele monocrome (tre serie di quattro dipinti in bianco, giallo, rosso e marrone) e due lenzuola dipinte alle estremità. Quella disposta sull’estremità anteriore è tagliata a metà e dipinta di rosso lungo lo squarcio, mentre l’altra, anch’essa tagliata nel centro, è dipinta sul lato sinistro con l’impronta dell’artista, Body Print (Self-Portrait as the Shroud of Turin), e sul lato destro con delle macchie di colore a mo’ di test di Rorcharch, in Rothko’s Bloodstain (Artist’s Conception).

La performance, atto finale del progetto, vede Kelley recitare per un’ora e mezza il proprio elaborato scritto, aiutato da Molly Cleator, e accompagnati, per così dire, dai suoni dei Sonic Youth.

“In that particular performance I wanted to have a live sound element modeled after kabuki theater, where there are musical sections that play off the language in a quite disjointed way.  I also wanted to play with the idea of rock staging. A lot of the audience was there to see Sonic Youth specifically, because at that point they were a known band, so I had some parts where the band was really foregrounded and others where they were completely hidden—behind a curtain, for instance—so you couldn’t see them. And it was great, because they sometimes were doing music not at all typical for Sonic Youth—at one point, for example, I asked them to repeat a riff from “Train Kept A-Rollin’” over and over.”[1]

Plato’s Cave nasce “as a project about the possessive, about how ascribing a quality of possession to something would equalize everything. Like, if I said that this was an exhibition of everything from Lincoln’s house, it links all this random stuff together that has no link except as a possible way to psychoanalyze Lincoln. Everybody asked me why I picked those three people. I made a whole list of possessives that were in common usage and I just picked the three that sounded best together. . . . Then I wove a set of associations between them.”[2]

L’opera d’arte, per Kelley, è il processo intellettuale che conduce a essa, una ricerca, e con la sua Caverna vuole rappresentare il passaggio dal mondo ideale dello spettatore al regno dei simulacri sepolti dell’artista.

Se “il simulacro non è una copia degradata, ma racchiude una potenza positiva che nega sia l’originale che la copia, sia il modello sia la riproduzione[3], allora l’opera di Kelley pone una dimensione ulteriore, pone un senso altro giocando tra i sensi. Non vi è pretesa di verità, o di falsità. Secondo l’artista tutti i segni di trascendenza devono essere radicati nella libido, libido che non necessita di alcuna mediazione, in quanto “Kelley’s sublime is thus inextricably tied to the dissolution of true and false claimants. Instead, there are only nomadic distributions, libidinal flows: the triumph of the phantasm.[4]

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Insomma, invece di risalire dalla profondità della caverna, Kelley ci invita a fare della speleologia un modus vivendi, a non cedere alle comode lusinghe della mistificazione della società, ma a gattonare, a giustapporre, a creare senso nel regno del gioco dei sensi.

 

Letizia Liguori

http://www.ubu.com/sound/sonicyouth.html

[1] Oliver Hall, MIKE KELLEY FRONTS SONIC YOUTH, 1986, in «dangerousminds.net», 12.17.2014
[2] Ivi
[3] Gilles Deleuze, Logica del senso, trad. it. di M. de Stefanis, Feltrinelli, Milano, 1975, pp. 230-31
[4] C. Gardner, Let It Bleed: The Sublime and Plato’s Cave, Rothko’s Chapel, Lincoln’s Profile, Mike Kelley Catholic Tastes, exh. cat., New York, 1993, pp. 123-124


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Punk Vanguard

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