A.N.G.E.L.O. Storia di una passione per il Vintage

INTERVISTA AD ANGELO CAROLI
A cura di Serena Tempesta
Foto di Nicholas Bastianello

 

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Oggi lei possiede un negozio vintage tra i più grandi d’Europa: 1400 mq in 3 piani per un totale di 180 000 pezzi unici tra capi ed accessori; ma conosco in parte la sua storia: so che è partito dal basso ed è stato un vero e proprio “pioniere” del settore.

Ho iniziato a 17 anni, nel 1978, con un negozio di 30 mq senza pensare che sarebbe diventata la mia attività.
La parola vintage ai tempi nemmeno esisteva, io vendevo “usato americano” e i ragazzi ne andavano pazzi, le madri un po’ meno…

Lei che questo fenomeno lo ha vissuto dalla nascita ad oggi, crede a chi la definisce una moda, come tante altre? O è semplicemente il futuro? Un futuro di rivisitazione ecologico e solidale?

Il vintage ha preso la sua via.
Io da 35 anni ci lavoro e c’è sempre stato qualcuno a dirmi “è il tuo momento d’oro”, “il tuo momento sta finendo”, questo genere di discorsi non ha alcuna rilevanza poiché stiamo parlando di un mercato di nicchia: di ogni pezzo è disponibile un singolo esemplare e col tempo è solo cambiato il tipo di prodotto specifico che viene riproposto dagli stilisti (una spallina imbottita in una certa maniera, un tacco a zeppa piuttosto che a spillo…).

Lei acquista molto da famiglie di nobili dato che, ancor prima che il vintage esistesse, questi erano gli unici a possedere dei veri e propri capolavori di sartoria che nel tempo non sono stati donati ai poveri, come era invece uso comune per gli abiti usati, anche perché possedevano lo spazio, nelle loro enormi case, dove conservarli fino ad oggi.
Qual è l’aneddoto più strano riguardante questo tipo di clienti?

Mi colpì anni fa una certa nobildonna milanese: la gentile signora possedeva un guardaroba ripartito in stanze, a ciascuna delle quali corrispondeva un brand. Mi ritrovai così a comprare una stanza di Céline, due camere Chanel ecc… era solita acquistare per ogni capo tutta la gamma di colori disponibili e anche la taglia un po’ più grande e quella un po’ più piccola della sua, che non si sa mai quanto si possa variare di peso nell’arco di una stagione… notevole anche la sua collezione di 150 pellicce Dior.

A parte gli Stati Uniti che l’hanno inventato, vi sono altri paesi dalla cultura del vintage più raffinata e specifica?

I Giapponesi hanno inventato un nuovo modo di ragionare sugli articoli vintage: loro vanno per periodi precisi. Ho fatto tradurre diversi libri giapponesi degli anni 90’, che come dei manuali spiegavano in maniera minuziosa come datare e riconoscere il genere di jeans che si aveva davanti in base alla tipologia di borchie, bottoni, cuciture… e proprio perché il pezzo richiesto era molto difficile da trovare, il capo poi assumeva un valore di mercato elevatissimo.

Lei in realtà è anche un collezionista: la sua collezione privata ammonta a più di 120 mila pezzi, che ha dichiarato non venderebbe mai, ma spesso presta sotto forma di piccole mostre tematiche in giro per il mondo (una attiva proprio in Giappone).

Qual è il pezzo che desidera di più in questo momento?

Direi senza dubbio l’abito con le aragoste di ispirazione surrealista che disegnò negli anni 30’ Elsa Schiapparelli (antagonista di Coco Chanel ed inventrice del rosa shocking n.d.r.).

Gli abiti se li chiami arrivano, ne sono fermamente convinto.

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Punk Vanguard

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