Monthly Archives: August 2016

A.N.G.E.L.O. Storia di una passione per il Vintage

  • By Punk Vanguard
  • Published August 27, 2016
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INTERVISTA AD ANGELO CAROLI
A cura di Serena Tempesta
Foto di Nicholas Bastianello

 

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Oggi lei possiede un negozio vintage tra i più grandi d’Europa: 1400 mq in 3 piani per un totale di 180 000 pezzi unici tra capi ed accessori; ma conosco in parte la sua storia: so che è partito dal basso ed è stato un vero e proprio “pioniere” del settore.

Ho iniziato a 17 anni, nel 1978, con un negozio di 30 mq senza pensare che sarebbe diventata la mia attività.
La parola vintage ai tempi nemmeno esisteva, io vendevo “usato americano” e i ragazzi ne andavano pazzi, le madri un po’ meno…

Lei che questo fenomeno lo ha vissuto dalla nascita ad oggi, crede a chi la definisce una moda, come tante altre? O è semplicemente il futuro? Un futuro di rivisitazione ecologico e solidale?

Il vintage ha preso la sua via.
Io da 35 anni ci lavoro e c’è sempre stato qualcuno a dirmi “è il tuo momento d’oro”, “il tuo momento sta finendo”, questo genere di discorsi non ha alcuna rilevanza poiché stiamo parlando di un mercato di nicchia: di ogni pezzo è disponibile un singolo esemplare e col tempo è solo cambiato il tipo di prodotto specifico che viene riproposto dagli stilisti (una spallina imbottita in una certa maniera, un tacco a zeppa piuttosto che a spillo…).

Lei acquista molto da famiglie di nobili dato che, ancor prima che il vintage esistesse, questi erano gli unici a possedere dei veri e propri capolavori di sartoria che nel tempo non sono stati donati ai poveri, come era invece uso comune per gli abiti usati, anche perché possedevano lo spazio, nelle loro enormi case, dove conservarli fino ad oggi.
Qual è l’aneddoto più strano riguardante questo tipo di clienti?

Mi colpì anni fa una certa nobildonna milanese: la gentile signora possedeva un guardaroba ripartito in stanze, a ciascuna delle quali corrispondeva un brand. Mi ritrovai così a comprare una stanza di Céline, due camere Chanel ecc… era solita acquistare per ogni capo tutta la gamma di colori disponibili e anche la taglia un po’ più grande e quella un po’ più piccola della sua, che non si sa mai quanto si possa variare di peso nell’arco di una stagione… notevole anche la sua collezione di 150 pellicce Dior.

A parte gli Stati Uniti che l’hanno inventato, vi sono altri paesi dalla cultura del vintage più raffinata e specifica?

I Giapponesi hanno inventato un nuovo modo di ragionare sugli articoli vintage: loro vanno per periodi precisi. Ho fatto tradurre diversi libri giapponesi degli anni 90’, che come dei manuali spiegavano in maniera minuziosa come datare e riconoscere il genere di jeans che si aveva davanti in base alla tipologia di borchie, bottoni, cuciture… e proprio perché il pezzo richiesto era molto difficile da trovare, il capo poi assumeva un valore di mercato elevatissimo.

Lei in realtà è anche un collezionista: la sua collezione privata ammonta a più di 120 mila pezzi, che ha dichiarato non venderebbe mai, ma spesso presta sotto forma di piccole mostre tematiche in giro per il mondo (una attiva proprio in Giappone).

Qual è il pezzo che desidera di più in questo momento?

Direi senza dubbio l’abito con le aragoste di ispirazione surrealista che disegnò negli anni 30’ Elsa Schiapparelli (antagonista di Coco Chanel ed inventrice del rosa shocking n.d.r.).

Gli abiti se li chiami arrivano, ne sono fermamente convinto.

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Diario dalla California

  • By Punk Vanguard
  • Published August 20, 2016
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America, per la precisione California.
Il sogno e bla bla bla.
In questo pezzo si trascenderà leggermente quello che viene di solito scritto e documentato (ricchezza/povertà, sole, dollaroni verdi, iPhone dappertutto, tutto troppo grande,…).
Il volo di 15 ore equivale a circa 7 film, non male se contro ogni strategia si è dormito appena prima di andare in aeroporto.
Non c’è da preoccuparsi di stare troppo tempo seduti in aereo perché appena scesi sul suolo americano ci sono un paio d’ore da passare in piedi in fila per il processo di “Immigration”: impronte digitali, foto e visto.
LAX offre uno spettacolo di luci aeree che pochi aeroporti possono regalare.
Le strade larghe, le macchine grandi; se non avete vissuto in una baita in mezzo alla foresta nelle regioni più selvagge della Lapponia non dovreste sentire tutta questa differenza di smog che tanto si cita in accoppiata con “metropoli americana”.

Il cambio automatico presente nel 99% delle automobili offre un viaggio liscio e confortevole.
Si entra nella casetta, dotata di porta che come al solito nella parte inferiore fa passare 4 centimetri buoni di vuoto, condivisa con altri due coinquilini e l’odore di marijuana vi colpisce ancora prima dei loro caldi abbracci. Scordatevi i due freddi e distaccati baci sulle guance, ci si abbraccia, punto.
Si si l’erba è legale, la quantità di sigarette inesistente.

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-Venice Beach Skate Park-

L’accoglienza dimostrata dalle persone è indescrivibile. In qualsiasi posto voi entriate non viene a mancare un sorriso super bianco e un “Come va?” nelle più disparate forme di slang molto friendly. La gente vi saluta per strada con una smorfia amichevole a qualsiasi ora del giorno… “erba” direte voi, no, perché ovviamente quando una cosa è legale diventa automaticamente qualcosa che si può evitare.
Il sole è bello pieno e le nuvole non lo disturbano, quelli che sono 38 gradi effettivi diventano 26 gradi percepiti grazie all’assenza di umidità: non si suda e si sta semplicemente bene. Quindi il giorno successivo spiaggia.

Un’ora di auto negli States equivale a due in Italia, le strade sono maledettamente dritte e con un numero così elevato di corsie da far schifo. Tutto questo permette di fare miglia e miglia senza troppi pensieri e senza preoccuparsi dei consumi. All’ennesima gas station si decide di fare il pieno: “questa va a diesel, GPL, metano…?”
Il dubbio viene eliminato dal momento in cui si guarda la pompa e non si fa altro che leggere BENZINA. Solo benzina! Per trovare un diesel ho dovuto cercare su google qualcosa come “Se io fossi in America e avessi una macchina a diesel dove dovrei andare a rifornirmi?”. Il primo risultato è stato “-Sei idiota”, il secondo “-Gas Station a 15 miglia di distanza”. Riempire il serbatoio mi è costato 30$, ho fatto la conversione dei galloni e dei dollari: la benzina statunitense costa tanto quanto il GPL in Italia.

Huntington Beach non è altro che surfisti che camminano a piedi scalzi e skater che ti superano mentre tu fissi le palme senza guardare dove metti i piedi, spettacolo da bava alla bocca per chi apprezza il genere di scenario. Dopo essermi pulito con il bavaglino mi sdraio in spiaggia. Cose banali.

Se finora tutto vi sembrava regolare bene, se siete maschi invece starete ancora bramando la parte “e le bionde in bikini?”, non preoccupatevi ci sono, e anche tante, ma con 20 kg in più di quello che vi aspettavate. L’americano ha qualche problema di alimentazione, ma già lo sapevate, volevo solo appuntare che nella mitica California non ci sono solo gemme rare.

I giorni seguenti sono un flusso di sole, palme e caffè lunghissimi finché non si decide di noleggiare una Ford, che in Italia non vedrà mai la luce, e di andare su su fino a Monterey (non ancora San Francisco) passando per Santa Barbara e Malibu anche se la vera attrazione è Big Sur. La strada è molto sinuosa e diventa pericoloso guidare quando lo sguardo è volto del tutto al panorama della costa che vi affianca.
La temperatura scende senza mai far patire il freddo del vero autunno europeo. Mi affascina vedere come in qualsiasi punto della costa le onde siano sempre così prepotenti nei confronti degli scogli, il Pacifico sembra non avere un limite, vien da pensare che poco più in là il mondo finisca del tutto.

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-Palo Verde-

Ci sono molti punti strategici per inchiodare e fermarsi ad ammirare quello che è uno spettacolo naturale e quasi fantascientifico.
Per la prima volta in California riesco a vedere qualche stella durante la notte. Non ho approfondito gli studi di astronomia al liceo, ma il cielo notturno mi risultava del tutto diverso.
Santa Barbara è paragonabile a un personaggio della Disney: tutto troppo pulito, giusto, sistemato… vogliamo il lato oscuro, l’amaro.

Più all’interno Solvang è un portale bidimensionale che ti catapulta in Danimarca. Una cittadina che ripropone stile, usanze, architettura danesi. Risulta leggermente destabilizzante.
Carmel e la “17 mile drive” sono un piccolo gioiello costiero. Super consigliato, soprattutto se avete voglia di Irish style in una giornata uggiosa.
Monterey è vita brava. Ristorantino indiano (dell’India) e bar hawaiano con i bicchieri in simil legno a forma di totem indiano (quello nativo americano). Non è stato facile tornare nella casa deserta (per fortuna) Airbnb.

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-Santa Monica-

Ho avuto il piacere di passare del tempo in un campus universitario americano. L’eterogeneità di persone, stili, musica e odori fa paura. Non avete idea di quanto vadano di moda le ciabatte Adidas e i calzettoni di spugna! Gente che va in skate con le ciabatte e i libri sotto il braccio, modelle americane che girano con il lupetto di pile e la versione tarocca delle Crocs.
Meraviglioso come lì veramente a nessuno freghi nulla di niente.
Noterete poi come i californiani auto-celebrino la California stessa. Indossare magliette con la bandiera o la scritta “Cali”, della serie “anche basta, ci sei dentro”. Come se in Italia girassimo con t-shirt con su scritto “Italia” o nel nostro caso più specifico “Veneto-Padania”… si potevo evitare…

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-Laguna Beach-

Migliaia di possibilità alla portata della voglia che si ha di fare. Dimentichiamoci della pasta e andiamo a provare tailandese o perché no, vietnamita.
Avete ragione, ogni metropoli presenta le sue incredibili possibilità e un miscuglio di sfumature culturali senza limiti… quindi perché non buttarcisi dentro?
“Perché questa notte non si va ad Hollywood?” Si, è un’ora di macchina, il parcheggio lo trova solo Gesù e i drink partono da 10$ (il minimo da pezzenti).
Eccoci in un locale discotecoso russo, ma con dell’hip hop/Rn’B… cioè: beh non si può spiegare, leggete la frase precedente e fatevene una ragione.

Questo è quello che mi è consentito scrivere riguardo la California.
Un piccolo flusso di coscienza che mi auguro vi abbia divertito.

Giovanni Orlando

(Altre immagini su @orlangiodo)


 

CALIFORNIA DIARIES

 

America, California.

The dream and blah blah blah.

This article goes beyond what is commonly known and told — wealth/poverty, sun, big bucks, iPhones everywhere and everything too big to be true.

The 15-hour flight equals something like 7 movies, not bad if you, against any kind of strategy, slept just before heading to the airport. No need to worry about being stuck on a plane, because, as soon as you land on the American soil, you will have to spend a couple of hours in line to go through custom and immigration: fingerprints, pictures, visas.

In terms of lights, LAX offers something that other airports don’t. Extremely wide lanes on the freeways, big cars and SUVs; if you haven’t spent your life into a cabin in the Lappish wilderness, you shouldn’t experience any difference as far as “pollution” goes, if compared to any other big city in the world.

The automatic transmission, which 99% of the cars are equipped with, offers a smooth and comfy drive.

You step into the house — whose door leaves more than 1 inch of emptiness at the bottom — shared with two roommates and the intense smell of marijuana hits you even before their warm hugs. Forget about our two cold European kisses on the cheeks. Here, you hug each other. Period. And yes, weed is legal here. Cigarettes: none.

People’s warmth and welcoming attitude is beyond any expectation. Everybody, everywhere you go, greets you and welcomes you with super white smiles and with a “how are you?” declined in many different slangy variations — how are you doing? what’s up? how is it going? etc.

People say hi to you when you’re walking down the street for no specific reason. Just because.

Weed? You might say. Thank you, but no thanks. Because when something happens to be legal, there is no rush for it to be consumed.

The sun is full and shiny and the clouds rarely disturb it in the sky, 100 degrees feel like 78 thanks to the lack of humidity in the air; you don’t sweat and you just feel good. So, the following day is a beach day for sure.

A one-hour drive in the United States equals a two-hour drive in Italy, the freeways are incredibly straight and with such an insane number of lanes. That allows you to drive for miles in a carefree status. Even gas is super cheap. At the gas station you need to fill up the tank of your car and the question is: gas, diesel, GPL? But then you look up at the billboard showing the prices and you notice that the only fuel available is gas. Only gas. In order to look for a diesel pump in the area I had to google something like: “If I have a car that uses diesel where do I have to go in the Unites States?” and the first result was: “- You’re an idiot”, the second: “- Gas Station 15 miles away”. Filling up the tank cost me 30 bucks, gas in the United States costs exactly like GPL in Italy.

Huntington Beach is no more than surfers walking barefoot and skaters passing by, while you’re staring at the palm trees without even looking at where you’re walking; astonishing stuff for those who like this kind of scenario. After regaining consciousness I go lay on the beach. Ordinary things.

If so far everything looks normal to you, good, if you are a guy, you’re probably still eager to hear something about blondes in bikini. No worries, you can find them, a lot, but probably 40 pounds heavier than you thought. Americans have some nutrition issues and California is no exception.

The following days are just palm trees, sun and long long coffees, until I decide to rent a Ford, which will never be released in Italy, and head up to Monterey passing by Santa Barbara and Malibu even though the main thing is Big Sur. The road is very curvy and it gets dangerous driving when you look at the coastal panorama.

The temperature lowers a little bit, but you never feel the cold of the European fall. It’s really fascinating that the Pacific Ocean doesn’t have mercy on the waves, constantly crashing against the rocks. The Pacific doesn’t seem to have a limit. Maybe it’s just the edge of the world.

So many vista points make you pull over abruptly and wonder at the natural and, at the same time, surreal spectacle.

For the first time in California I’m able to look at the stars and to see them bright and shiny; I never got an A in astronomy in high school back then, but the night sky looked completely different to me.

Santa Barbara is like a Disney character: everything is too clean, too neat and in order… we want the dark side.

Inland, Solvang is a two-dimension portal that unexpectedly throws you into Denmark, a small town that used to be a Danish settlement. It’s destabilizing.

Carmel and the 17 Mile Drive are two coastal gems. Very recommended, especially if you feel like an Irish and gloomy day.

Then…what happens in Monterey. Indian restaurant, Hawaiian bar with native American totem-like cups. Not an easy drive back to the Airbnb apartment.

I had then the opportunity to spend some time on an American campus. The heterogeneity of the people, styles, music and smells is insane. You have no idea of how fashionable Adidas socks and slippers are over there. Skaters wearing flip flops with books under their arms, American top models with thrift store sweaters and the cheap version of the Crocs. It’s awesome, over there nobody really cares about their appearance.

Another interesting aspect is the self-boasting attitude of Californians about California itself. It’s not uncommon to see people wearing “California” or “Cali” T-shirts or sweaters. Just  as if in Italy people went around with “Italia” T-shirts or, in my case, “Veneto-Padania”…ok, that’s probably too much for those who understand what I mean.

Thousands of opportunities according to whatever you might like and want to do. Let’s forget pasta and try Thai food or, why not? Vietnamese. You’re right, every big city has its incredible possibilities and is and limitless melting pot of cultural aspects… so why not taking advantage of that?

“Why don’t we drive to Hollywood tonight?” Yes, its an hour drive away, only God could find parking and drinks start at 10$ — if you’re trying to save money. Here we are, in a semi-Russian bar where they play hip hop and Rn’B… well, not easy to explain, read the last sentence again and deal with that.

This is what I am allowed to write about California. The rest is life.

A short stream of consciousness that I hope you can enjoy.

California happens.

Giovanni Orlando

(Other pictures taken by myself @orlangiodo)

In passerella con il finto Christo

  • By Punk Vanguard
  • Published August 13, 2016
  • Tagged

Da quando l’arte contemporanea ha fatto ingresso nelle vite della gente, ha sempre cercato di suscitare emozioni contrastanti negli animi. Ciò che potrebbe essere ritenuto puro genio artistico, molte volte viene tradotto come una stupida buffonata.
Per citarne alcuni, si pensi a Fontana e ai suoi famosi tagli su tela (Concetto Spaziale) “che potevo fare anch’io” cit., ai bambini fantoccio impiccati sugli alberi da Cattelan, che hanno suscitato allarme, sdegno e orrore in tutta Milano, ma ancora “Fontana”, meglio conosciuta come l’orinatoio di Duchamp, la “Merda d’Artista” di Manzoni, e così via dicendo.
L’arte ormai non è più quella di una volta, come quella moderna o antica. Tutto è più criptico, misterioso, quasi incomprensibile. Un legame forzato che si crea tra artista e spettatore. Ogni opera può suscitare emozioni differenti ad ognuno di noi, ma l’obiettivo è sempre quello di provare ad avvicinarsi allo stesso sentimento vissuto ed espresso dall’artista.

E qui entra in gioco il mestiere del critico. Una figura fondamentale per la più completa analisi di un’opera, ma anche di un artista in tutta la sua visione. Solo grazie a lui siamo in grado di conoscere le più nascoste intenzioni di Fontana, il folle genio di Van Gogh, oppure il senso delle opere di Christo.

Andare a passeggiare su “The Floating Piers” senza alcuna analisi di fondo, non ha minimamente senso.

L’opera appena citata è il fenomeno artistico dell’anno, e non penso ci sia bisogno di descriverla o di analizzarne il suo significato. O forse sì?
Senza la visita al Museo Santa Giulia di Brescia, in particolare alla mostra “Water Projects” dedicata all’artista bulgaro, non avrei mai potuto coglierne la vera essenza.
Germano Celant, assieme all’aiuto di Chiara Spangaro, ha saputo descrivere al meglio la storia artistica di Christo e Jeanne-Claude, con l’unico obiettivo di analizzare nel profondo l’idea della fantomatica passerella, passando in rassegna i più importanti progetti della coppia, per poi concentrarsi su quelli legati all’acqua.

Probabilmente è molto facile e ironico accostare la camminata sull’acqua al nome di Christo. Ma, in realtà, questo lato non viene mai espresso dall’artista. Egli infatti, si concentra sull’esaltazione del luogo, sulla fruizione del sito, come vuole giustamente la corrente della Land Art. Non è di primaria importanza il gesto di camminare sull’acqua. La gente ha potuto spostarsi dalla terraferma all’isola di Montisola su di un camminamento fluttuante coperto di un giallo-arancio sgargiante, senza l’obbligo di montare in traghetto. Ha potuto vivere un’opera nella sua completa essenza. Il fatto di poter collegare due luoghi divisi dall’acqua, è diventato un gesto sociale, oltreché artistico, ma mai religioso…

 

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“Floating Piers” è letteralmente una serie di pontili galleggianti, non un dono divino dato ai curiosi della domenica. E’ un’opera controversa, esteticamente bella, funzionalmente ingegnosa, artisticamente geniale. Ma in fin dei conti è stata anche una grande sagra di paese.
L’enorme affluenza di popolo è inspiegabile visto l’andamento generale dei musei e dell’arte in genere in Italia. Inspiegabile…
La curiosità umana è parte fondante del nostro sviluppo, e il trend social degli ultimi anni ha fatto il resto del lavoro.
La generale speculazione dei bar, baracchini e paninari era pressoché inevitabile. L’incomprensione ed il velato odio degli abitanti rispetto all’esodale affluenza era ovviamente predicibile, date le grandi problematiche create.
Ma una cosa in particolare ha colpito me, e tutti i miei compagni di viaggio.


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Ciò che ha salvato, e dato senso a tutta l’odissea vissuta per arrivare alla mirabolante passerella, è da attribuire ad Adolfina De Stefani e Antonello Mantovani, artisti, performer, curatori e professori d’arte, nonché compagni di vita.
L’idea della gita al Lago d’Iseo e della visita alla mostra “Water Projects” è puramente loro, come anche tutta la logistica legata al viaggio.

Dopo colonne in autostrada, chilometri e chilometri a piedi, traghetti, e ancora chilometri e chilometri a piedi, abbiamo raggiunto l’entrata ai piers direttamente da Montisola.
La vista della incredibile folla presente in passerella era surreale. Come il degrado lasciato dai passanti: sigarette, chewing gum, motorini con conducenti senza casco che inveivano contro la gente che non li lasciava passare, passeggini che ti segavano le caviglie. Ed ovviamente molto altro ancora.

Una volta resasi conto della somiglianza tra Antonello Mantovani e Christo, Adolfina De Stefani ha deciso di attuare uno scherzoso piano diabolico, con l’obiettivo di testare l’attenzione della gente.
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Abbiamo passato la prima parte dei piers indenni, come dei veri turisti, ma arrivati alla seconda parte, quelli diretti all’isola di San Paolo tutto è cambiato per sempre.
Con un breve e sensuale ballo attorno al “maestro”, Adolfina ha attirato la folla, che, come impazzita ha iniziato ad accorgersi della presenza del personaggio.
Poco a poco sono iniziate le foto “rubate”, poi i primi curiosi coraggiosi. La gente passava vicino a noi domandandosi se fosse Christo. Alcuni convinti lo fermavano chiedendo gentilmente di farsi fare una foto assieme. Altri ancora comparavano, cercando su internet le foto del volto, la loro somiglianza, rimanendo bloccati nel dubbio.
Sentivamo i commenti intorno a noi in continuazione.

All’incrocio tra le due passerelle, vicino all’isoletta di San Paolo, il povero sosia è stato accerchiato e bloccato per più di venti minuti, quasi pensavamo di aver attirato l’attenzione degli ospiti della villa, dove era prevista una festa privata in casa Beretta, assieme al vero Christo.

 

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Mentre eravamo spiaggiati fuori dalla villa, ho subito notato una donna solitaria, di bell’aspetto, sulla cinquantina.
Rimasta immobile per tutto il tempo della nostra sosta, buttando occhiate curiose, appena ripartiti, ha iniziato a pedinare Antonello, fino a quando lo ha bloccato, in un momento di solitudine e contemplazione.
Dopo essere stata bidonata dal finto Christo, si è fossilizzata, statuaria a contemplare la vista del lago, con lo sguardo perso nel vuoto, ma pieno di disperazione.
Non so esattamente cosa sia successo tra i due, ma da distante ho dedotto una cosa soltanto. Molto probabilmente la gagliarda si era illusa di poter ammaliare il maestro, data la scomparsa della storica compagna di vita Jeanne-Claude, ma, scoperto l’arcano, le è crollato il mondo addosso.

Poi la cosa è diventata pesante. Era ora di cenare, e non avevamo ancora finito il giro.
Antonello camminava solo, lungo l’ultima parte. Ogni 100 metri gruppi di dieci persone lo fermavano per un selfie o per chiedere se fosse veramente “lui”. Non c’era più alcuna possibilità di godersi appieno l’installazione. Tutto era scandito dagli assalti dei curiosi.
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Completata la passeggiata abbiamo deciso di riposare sulle sponde del Montisola, ammirando i piers incrociarsi per poi circumnavigare, come una spiaggia, l’isola privata della famiglia Beretta.
Ora anche gli steward venivano bersagliati di domande, obbligati a chiedere via radio se il vero Christo fosse lì fuori, con il popolo, o dentro la villa, alla festa dei ricchi.
Dopo pochi istanti una mandria di 50 persone ci aveva accerchiati. Spingendo e rischiando di cadere nel lago, una ad una, le persone scattavano foto con figli, nonni, amici e cugini di cugini senza chiedere il permesso al diretto interessato.
Come vere guardie del corpo, abbiamo allontanato la folla per scappare dal marasma, ma ancora questi non demordevano, correndo e facendo slalom tra i più lenti della processione, armati di cellulare con la fotocamera in canna.

 

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Alla fine di tutto il casino, siamo riusciti a scappare ed uscire dai “Floating Piers” che saranno state le 23.00.
Arrivati al parcheggio, dopo un’altra lunga passeggiata, siamo stati lieti di scoprire che il nostro Christo si era dimenticato i fari accesi del pulmino. Perfino il parcheggiatore, nonché nostro salvatore, un tipo strano, con una giacca mimetica e una toppa raffigurante il volto del Duce, mentre cercava di far ripartire il veicolo, lo ha scambiato per l’artista.

Finalmente, passete le 24.00, siamo riusciti a partire, senza ancora aver cenato, stanchi, stressati, ma divertiti.
E’ stato interessante scoprire, alla fine di tutto, che, alla domanda “Sei veramente tu, Christo?”, Antonello non ha mai aperto bocca, concedendosi a foto e ovazioni, senza mai dare false speranze o illusioni.

Lecito è concedere il dubbio a vecchi, bambini, palestrati e parcheggiatori, molto probabilmente senza un minimo di conoscenza e competenza artistica, di riconoscere Christo tra la folla, probabilmente avendolo visto decine e decine di volte sui telegiornali nazionali. Ancora più lecito è chiedersi però, cosa si siano portati a casa dopo quella lunga camminata sull’acqua, oltre ad una stupida manciata di selfie con il nostro caro finto Christo.
Probabilmente volevano sentirsi Gesù, solo per un giorno, e invece lo hanno visto camminare assieme a loro, come un uomo qualunque.

 

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Testo a cura di Elliot Walker
Foto di Marco Toffanello