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Alcesti. Intervista e recensione.

  • By Punk Vanguard
  • Published February 2, 2016
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Sopravvivere grazie al sacrificio di chi si ama è peggiore della stessa morte” – (Euripide, Alcesti 438 a.C.)

 

Non è semplice descrivere la partenza di una nave dalla sicurezza del porto, dove l’ancora è ben salda sul fondale e i rischi collegati alla tempesta e alla folgore sono azzerati.
No, non è semplice.
C’è nebbia attorno a questo disco, e la foschia non è mai un’amica cui affidare la nostra fiducia. Ma c’è del coraggio in tutti noi, e siamo pronti per intraprendere il viaggio.
Il porto è alle nostre spalle ormai, e siamo immersi nel grigio, probabilmente sbagliando direzione, ma non importa. Respirare questo freddo è ciò che volevamo: assaporare il momento e la nostra essenza.

Nell’Esistente e nell’Onirico, avventura rock in dieci atti, è la prima fatica di Alcesti, band trevigiana attiva dal 2013 e fino ad ora impegnata nella ricerca e nella cura di un’identità musicale che danza tra la dimensione reale dei sensi e quella immaginaria dello spirito e del sogno.

La metafora della nave non è casuale: c’è molto mare in questo album, e le acque su cui galleggiamo sono quelle conosciute ma mai completamente rassicuranti del nostro Io interiore.

I brani che dipingono davanti a noi questo intreccio di stasi e movimento sono ben strutturati, e molto apprezzabile è la gestione di Baleno, come spartiacque strumentale tra il momento di creazione e quello di sviluppo del disco; come d’altronde è azzeccata la collaborazione col cantautore Pietro Berselli in M.A.D. e Invertebrati, che dà un sicuro valore aggiunto ulteriore all’opera.

Abbiamo deciso di salpare e affrontare dubbi ed incertezze presenti in ognuno di noi, arrivando a descrivere sensazioni e turbamenti che viviamo quotidianamente, tralasciando a volte il cantato a favore di un parlato diretto e ricercato, forse a volte troppo, dimenticandoci che la realtà ha bisogno di essere semplificata per essere compresa o almeno interpretata, senza creare dedali di parole sofisticate che possono causare più spaesamento che immagini.

In un mondo che corre e ci impone di essere costantemente al passo, Alcesti ha deciso di invertire la rotta del vascello e dedicarsi al qui ed ora, chiedendo all’ascoltatore di fermarsi e poter intraprendere una rotta nuova, semplicemente chiudendo gli occhi.

E chissà se la trottola alla fine cadrà o  deciderà di girare ancora, chiudendoci nel sogno.

Voto: 4/5
Top tracks: Che tu sia per me il niente; M.A.D.; Foglie Nere

 

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Di seguito l’intervista:

Chiudete gli occhi e tornate indietro nel tempo..fino al momento in cui vi siete trovati in sala prove la prima volta. Chi sono gli Alcesti in quel momento? Quali sono le sensazioni, i ricordi, i sogni di quei giorni?
Non ricordo la prima prova purtroppo, ma ricordo la prima volta in cui Stefano ed io (Mattia) incontrammo Marco per proporgli di suonare con noi. Alcesti all’epoca era solo il nome di una tragedia a noi sconosciuta. Marco viveva a Treviso da poco e aveva voglia di suonare, noi avevamo voglia di un batterista che picchiasse. Ci troviamo ad un bar di Treviso, Marco ci sembrava uno skinhead, io avevo la maglia di Vasco Brondi, Stefano pareva appena uscito da scuola. E’ stato divertente e ricco di pregiudizi, credo.

Alcesti, allegoria del sacrificio per un amore più grande, anche della morte. Quanto c’è di Alcesti nella vostra musica?
Il tempo da quel primo nostro incontro è volato, Alcesti non è più una tragedia sconosciuta e andiamo piuttosto fieri del nostro nome. Le nostre canzoni sono consolatorie, quando ascoltiamo i testi ci dimentichiamo del momento esatto in cui li abbiamo scritti, sono talmente staccati dal suolo che fungono da trappola per i nostri ricordi, e subito ci troviamo a parafrasare nuovi significati e prospettive. L’amore è un sacrificio stupendo, ci rende meno individualisti, ci costringe a scegliere qualcun altro rispetto a noi stessi. Nei nostri testi l’amore è sempre presente. In particolare quando ci riferiamo ad un “tu” supremo e splendente, che appare in molti titoli: “navigherò il TUO ventre” “che TU sia per me il niente” “nei TUOI lobi c’era un mondo”. Senza quel “tu” noi saremmo ben poco.

E’ meglio una realtà vissuta sognando o un sogno con parvenza di reale?
In questo disco i sogni sono reali quanto le azioni. Voglio dire, che me ne frega se il mio corpo non ha vissuto questa esperienza. La mia mente lo ha fatto, appoggiata al cuscino, ma lo ha fatto. Cos’è che è reale? Ciò che possiamo toccare con mano? Allora l’amore non è reale! Eppure sto piangendo e le mie lacrime mi bagnano il volto. Perchè? Tornando alla domanda, probabilmente la risposa è la prima: un’esperienza talmente bella da sembrare un sogno, da non crederci.

Pensando al concept del vostro suono e dell’album mi viene in mente la parola “Surrealismo”. Gli Alcesti sono ancora una figura liquida o il bisogno di dare forma al significato sta prendendo il sopravvento?
Ci stiamo a poco a poco ghiacciando, formando, plasmando. Il surrealismo del nostro disco ci piace da morire, ma forse sentiamo il bisogno di dire qualcosa in più, qualcosa che tra tutte le visioni oniriche che le nostre tracce propongono forse è andato perso. Il senso e non la sensazione.

Settima traccia dell’album: “M.A.D.” Non vedevo l’ora di arrivarci. Elogio alla follia o richiamo alla stasi della distruzione mutua assicurata?
Probabilmente più la seconda, anche se l’elemento della follia ne è in parte la conseguenza. Il testo parla, in una maniera piuttosto ermetica, del distacco tra due persone dettato dalla paura di farsi del male a vicenda distruggendo la propria normalità e le proprie certezze: da qui l’idea dell’iperbole per il titolo, che mi è sembrata riassumesse in un unico termine tutta l’idea del testo.

In due brani è presente l’apporto di Pietro Berselli, cosa ci raccontate di questa collaborazione?
Lo abbiamo conosciuto quando si bazzicava ai primissimi eventi sotterranei. Parecchi amici in comune e poi il primo link Soundcloud contenente il suo progetto autoregistrato in camera. Una figata pazzesca, sensibilità disarmante. Lo invitiamo a suonare con noi a Conegliano, ci si conosce, si decide di collaborare, viene in sala prove con un testo, ci piace subito.

Sisma, promotrice di uno stile di vita nato nel sottosuolo. E’ possibile la rivoluzione underground?
Non parlerei di rivoluzione, piuttosto di acculturazione. La nostra città, Treviso, è stata una città morta fino a qualche tempo fa musicalmente parlando, ma ora sentiamo chiaramente che qualcosa sta cambiando. Come Sisma ci sentiamo partecipi di questo risveglio e stiamo cercando di alimentarlo, trasmettendo con i nostri eventi la voglia di musica indipendente e di partecipazione. E devo dire che ci stiamo togliendo grandi soddisfazioni, speriamo quest’onda possa crescere e noi con lei.

Ci possiamo aspettare qualche sugosa novità per l’estate?
Di sicuro. Ma intanto restiamo concentrati sulla promozione del disco che è appena cominciata. Sono in arrivo un paio di video davvero superlativi. Ci sarà lo zampino dell’AppesoVideoproduzione e di quel matto di Federico Rosada (Giudah!).

 

Per Punk Vanguard Magazine e Dischi Sotterranei, Douglas Fir.

Vicenza, 27 gennaio 2016

 

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