Monthly Archives: October 2015

Le performance ai confini con la biologia e le coreografie epidermiche nell’arte di Kira O’Reilly

  • By Punk Vanguard
  • Published October 19, 2015
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“Mi è rimasto solo il sangue, prendetelo ma non fatemi soffrire a lungo” pare avesse detto Maria Antonietta prima di venire decapitata nel 1793 a Parigi.
Inizio con questa frase incisiva, quanto drammatica (visto il contesto storico in cui è stata pronunciata), perché il tema di cui tratto in questo articolo ha come fulcro centrale il salasso di sangue realizzato in ambito artistico dalla performer Kira O’Reilly. Prima di addentrarmi però nella sfera creativa ed analizzare l’artista che ha concesso_ letteralmente_ la vitalità del suo corpo alla scena e al pubblico, è necessaria una breve introduzione tecnica per comprendere meglio che cos’è un salasso, le sue origini e i significati storici e filosofici.

Il salasso (prelievo di sangue) è stata una pratica medica presente dall’antichità fino al XIX secolo e veniva eseguita perché molte malattie venivano associate ad un eccesso di sangue o a masse derivanti da questo (pletora). Con Galeno tale pratica assunse maggiore importanza perché venne smentita l’idea che le vene e le arterie erano composte d’aria e di conseguenza si incominciò ad utilizzare il salasso non solo per eliminare il sangue stagnante, ma anche come strumento per riequilibrare gli umori, in quanto (come prevedeva anche la filosofia di Aristotele) il sangue svolgeva un ruolo centrale e decisivo nel mantenimento dell’armonia salutare, somatica e psichica dell’uomo.
E questo pensiero filosofico antico del corpo si ripresenta (anche se con connotati diversi) nella performance Wet Cup del 2000 di Kira O’Reilly. In questo lavoro Kira vuole ribadire l’idea che il corpo è un vaso che contiene vita, un luogo e uno spazio fisico in cui si verificano le tensioni tra le parti esterne e quelle interne. Se infatti l’involucro (la pelle) è la zona più vulnerabile e delicata perché perennemente esposta e a contatto con un ambiente che la può danneggiare, la parte interna è letteralmente sede di vita in quanto scorre il sangue, che come abbiamo visto è sinonimo di vitalità.
La O’Reilly quindi in Wet Cup gioca a creare un dialogo “carnale” tra la sua pelle e il suo sangue: attraverso l’utilizzo di strumenti medici, come ad esempio bisturi, coppette bagnate, sanguisughe e salassi, ella ferisce ed incide la sua pelle per evidenziare la fragilità dell’epidermide e per far sgorgare al di fuori la vita (ossia il sangue). Si assiste così a una danza del sangue che agisce sulla carne, danza a cui gli spettatori sono invitati a partecipare per scoprire il micro cosmo che si agita al di sotto della cute, oltre che a renderli consapevoli che il corpo è quel luogo che non va mai smesso di essere interrogato.

L’artista crea una narrativa che si scrive sugli strati della sua pelle e come afferma proprio Stephen Wilson in Art+Science Now: “La O’Reilly spera che le sue performance stimolino il suo pubblico a considerare il corpo come un luogo di  fili narrativi … nodi e finti nodi in perenne spostamento” [1].
Seduta su uno sgabello l’artista si fa applicare, dal suo collaboratore Ernst Fischer, 22 coppette di vetro riscaldate che tirano e risucchiano la sua pelle, dopo qualche minuto le ampolle vengono estratte e si procede al taglio, tramite bisturi, di alcune porzioni di cute, successivamente le varie aperture vengono unite a dei salassi che assorbono il sangue e provocano nel substrato cutaneo segni, ematomi e cicatrici che saranno visibili anche dopo varie settimane. La fusione causata dalla pratica del taglio, è per la performer, la possibilità di tessere un legame tra zone ed elementi che usualmente sono separati, e l’immagine di un corpo “aperto”, in costante relazione con ciò che lo circonda e che si sporge oltre i suoi confini cutanei, non può non riportarci alla memoria la teoria della reversibilità di Merleau-Ponty, in cui mondo e carne non sono soggetti a se stanti, ma essendo parte di un’unica trama si uniscono confondendosi e mescolandosi.

 

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Successivamente a questo lavoro, che è anche il più famoso,  la carriera della O’Reilly è continuata comunque in modo molto interessante: tra il 2003 e il 2004 infatti collabora con il Symbiotica (University of Western Australia) per un progetto di bioarte presso il dipartimento di anatomia umana, dove vengono esplorate le connessioni e le interferenze tra le biotecnologie e la natura degli
esseri viventi. Le sue creazioni performative invece si sono concentrate verso uno studio del corpo che, se da una parte ricordano la body art di Gina Pane e Marina Abramovic, dall’altra rinviano all’ambiente medico e biotecnologico, spesso però facendo riferimento alla questione femminista e animalista, per quest’ultima non si può non ricordare uno tra i suoi lavori recenti più famosi ossia Falling Asleep with a Pig del 2007. In questa sua performance la O’Reilly con-vive nello stesso spazio on Deliah (un maialino Potbellied vietnamita) per un asso di tempo che varia dalle 36 ore (prima versione realizzatasi nelle gallerie a Cornerhouse, Manchester nel Gennaio 2009) alle 72 ore (seconda versione avvenuta a Londra nell’Ottobre del 2009).
L’obiettivo dell’artista è quello di costruire una relazione empatica con l’animale e creare un ritmo vitale simmetrico che coinvolge sia i momenti pratici, come quelli della nutrizione e del riposo, sia quelli di relax e gioco. Questo per ribadire che tutti i mammiferi possono entrare  in sintonia tra di loro e che la convivenza rispettosa tra animale umano (Kira) e animale non umano (il maialino) può verificarsi a tutti gli effetti.   Uno dei suoi ultimi lavori Untitled (Slick Glittery) invece è un inno alla lentezza, perché attraverso l’uso in scena di uova rotte e verde glitter, la performer gioca a inventare e trasformare i suoi movimenti e ad esplorare le possibilità del corpo per oltre quatto ore.
Con la sua arte la O’Reilly costruisce un immaginario fisico in cui la materia esplode, la vita entra ed invade la scena e si rigenera in fiabe carnali che è impossibile non raccontare.

 

Nausica Hanz

[1] Stephen Wilson, Art+Science Now, Thames & Hudson, 2010, cit pag 63.

Fractal Reverb

  • By Punk Vanguard
  • Published October 14, 2015
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Partiamo dalla fine. Termina l’ultimo brano, arriva il silenzio immediatamente successivo e il mio cervello sta già lavorando per iniziare a dare una forma a questa recensione, secondo le sacre regole del codice scritto. La prima parola che balena è “Attesa”.
Attesa verso un oggetto non identificato, verso una sensazione che colpisce dritta alla bocca dello stomaco, perché alla fine non tutto necessariamente deve essere razionale per essere percepito dal nostro corpo. Luci ed ombre, ombre e luci, delusioni e speranze in egual misura, rispecchiate dalla natura durante gli equinozi, in questo caso quello d’autunno, scelto come data di rilascio dell’opera. Il lavoro è interessante, la scelta della front woman mi lascia stupito dopo il brano d’apertura solo strumentale, come a voler annunciare, in una crescente ouverture, ciò che è pronto ad essere svelato nei successivi 14 pezzi. In effetti molti, in un mondo frenetico, dove spazio – e tempo – per dei concept album ce n’è assai poco.
Songs to Overcome the Ego Mind è un progetto maturo nonostante sia il disco di debutto, e cose da dire ne ha. Forse anche troppe. Voglio lasciare a voi il gusto di curiosare – come sempre con pancia e testa – senza dovervi guidare grazie a paragoni con altri artisti, solo per definire una sorta di genere musicale, visto che troppo spesso sembra l’unica cosa che conta. Le mura non mi sono mai piaciute, soprattutto per quanto riguarda il pensiero e le idee..e i Fractal Reverb sono d’accordo. Dove c’è spazio per il movimento c’è spazio per cambiare e migliorare, e questa band sta cercando di frantumare qualche mattone.

Top Tracks:
Introspective
I’ll Find my Way
Song of Everything

 

Douglas Fir

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Intervista a Pietro Berselli

  • By Punk Vanguard
  • Published October 14, 2015
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In occasione del suo ritorno in tour e di quello imminente in studio di registrazione, abbiamo raggiunto Pietro Berselli, cantautore Post Rock del roster Dischi Sotterranei, per scoprire come si è evoluto il suo percorso dall’uscita dell’EP di debutto, Debole (Senza Regole).

Ciao Pietro e ben ritrovato su Punk Vanguard. La nostra recensione di Debole (Senza Regole) risale alla fine della primavera. Da allora, cosa è successo? Su cosa ti sei concentrato?

Ciao amici di Punk Vanguard, è sempre un piacere parlare con voi!

Dall’uscita di Debole (Senza Regole) sono successe ovviamente moltissime cose tra concerti, festival, nuove conoscenze, nuovi amici, nuove canzoni, insomma di tutto! Ma la cosa più bella di tutte è stato notare come il mio lavoro arrivasse sempre di più al pubblico, e questo si è visto a molti concerti, i fan aumentano e con loro la mia voglia di scrivere ancora.

Ti abbiamo definito, musicalmente parlando, un solitario. Questa definizione, sul palco, non è del tutto corretta. Si dice che tu non possa più fare a meno della tua band, per quale o quali motivi?

Quel che si dice è vero. La mia band è diventata via via sempre più importante. Certo, faccio e farò ancora dei concerti in solitario, ci mancherebbe quella è un dimensione della mia musica che non voglio abbandonare e anzi, coltiverò sempre di più con nuovi arrangiamenti e strumenti. Ma tornando alla dimensione band: nel futuro vedo un secondo tour (questa volta del disco) molto più aggressivo. Infatti aumenta sempre di più la mia fame di rabbia repressa. Solo con la band potrò esprimere al meglio questa necessità. Insomma ,tanto per non finire a urlare su un palco da solo con un megafono!

Dalla stesura dei primi brani che hai inserito nel tuo EP all’evoluzione live, è cambiato qualcosa nella tua interpretazione degli stessi?

L’interpretazione è la cosa che mi interessa di più. Ovviamente molte delle sensazioni, immagini, e concetti che mi trovo a raccontare sul palco, risalgono ormai a qualche tempo fa, quindi per me il concerto è ogni volta un necessario tuffo nel passato, un’indagine continua di chi ero e un confronto formale con chi sono adesso. Mi costringo a rivivere certi momenti nel meter dell’esecuzione del brano, in questo modo l’interpretazione non è falsata dal tempo. Spero che questa tecnica di ricordo forzato riesca almeno a rafforzare il rapporto con l’inconscio, almeno risparmio in terapia!

Quali sono le reazioni dei tuoi ascoltatori che più ti affascinano?

Mi è capitato ad uno degli ultimi concerti vedere ragazze e ragazzi che, ad occhi chiusi, si godevano le canzoni come un momento di empatia. Questa è la reazione che di sicuro più mi piace vedere quando canto, capire che le parole non sono lanciate all’aria ma che trovano ascoltatori interessati.

Riesci a darci qualche anticipazione sul tuo prossimo lavoro? Intanto ti auguriamo il meglio. A presto!

Il mio prossimo lavoro è in fase finale di sviluppo creativo. Poi a breve ci saranno le registrazioni e poi si vedrà. Posso anticiparvi che ci saranno tracce inedite mai suonate dal vivo e mai caricate su qualsiasi piattaforma, speriamo che piacciano! Il titolo del disco è già stato scelto ma aspetterò a dirlo per scaramanzia. Posso dirvi che ci saranno riferimenti legati ad una certa letteratura, un gioco di imbastardimento delle fonti. Col massimo rispetto e bipolarità dei racconti.

Ragazzi, spero di vedervi presto, un abbraccio!

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La firma di Pietro Berselli: il cantautore ci saluta dopo averci fatto conoscere una piccola, affascinante parte del suo mondo. Ci lascia ai nostri pensieri, a colloquio con noi stessi, un po’ più vivi. Il tour di Pietro Berselli continua: Venerdì 16 ottobre al Flat (Ve) Mestre, una serata Sotterranei. Sabato 17 ottobre al Color Café (Vi) di Bassano, in collaborazione con Dischi Soviet Studio e Punk Vanguard.

CACTUS?

  • By Punk Vanguard
  • Published October 6, 2015
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Innamorarsi al primo ascolto non accade spesso, servono diverse riproduzioni per farsi trascinare definitivamente da un pezzo o da una band, più in generale. Ancora meno frequentemente, il colpo di fulmine lo si ha per una band indipendente, completamente autoprodotta e che suona insieme da un anno appena.
Ecco il motivo per cui vi parlo di Cactus?, giovane trio che ha in sé tutte le caratteristiche che ho appena elencato e che mi ha fatto innamorare al primo ascolto.
Nel mese di Ottobre 2015 esce il loro primo EP, ancora senza titolo: sei tracce che raccontano di tre ragazzi, di come vedono la vita e di come rispondono a ciò che sta loro attorno.

Ricco di spunti originali, British style, l’EP rispetta a pieno i canoni del post-punk portati alla gloria da gruppi come Arcitic Monkeys e Strokes. Le tracce più variopinte, di maggior spessore, sono “Sixth” e “Danish Butter Cookies”, per le quali sono anche stati girati due video. In questi due pezzi si sente la voglia di sperimentare, di provare diversi accostamenti tematici e la forza espressiva che trascina l’ascoltatore e lo coinvolge.

L’EP presenta l’indie rock a 360°, è un caleidoscopio di emozioni e pezzi di cui innamorarsi. Si percepisce chiaramente ascoltando l’EP, od anche assistendo alle performance live della band, come il gruppo sia affiatato e unito; ciò porta ad una maturità nella composizione non indifferente. Altro aspetto molto interessante è l’utilizzo delle seconde voci, sempre ben amalgamate e in perfetta sintonia, che coronano alla perfezione l’outro oppure un ritornello.

Portare una brezza d’oltremanica, senza cadere nel ripetitivo e nello scontato non è mai semplice, i Cactus? Ci stanno riuscendo e la strada davanti a loro appare luminosa e prospera; con questo EP si propongono come una delle band da tenere sotto controllo nella scena underground.

Shane McKeane

TRAVEL JOURNAL #3

  • By Punk Vanguard
  • Published October 2, 2015
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ZANZIBAR – Il volo questa volta è di notte. Mi imbarco a mezzanotte e neanche il tempo di decollare che mi addormento. Otto ore dopo mi risveglio in quel di Zanzibar. L’arrivo non è dei migliori, l’organizzazione aeroportuale è un po’ precaria ma non ci bado tanto, mi infilo su un pulmino toyota e mi dirigo verso il villaggio dove avrei alloggiato per la settimana seguente. L’aria all’interno dell’abitacolo del bus è afosa e densa di polvere, una musica dai suoni primitivi si fa spazio tra noi turisti uscendo dalla radio. Sono ufficialmente in Africa. Un’ora e mezza di sudore dopo arrivo al villaggio di Kiwengwa.

Ho solo voglia di mare nonostante il cielo un po’ nuvoloso. In un tempo record mollo i bagagli, mi metto il costume e mi fiondo in spiaggia. Neanche raggiungo la riva che vengo placcata da alcuni ragazzi del posto: i cosiddetti beach boys. Ce ne sono una marea. Sono ragazzi  che praticamente passano le loro giornate sulla spiaggia a fermare turisti per promuovere la loro attività. Alcuni sono commercianti, altri si improvvisano guide turistiche per qualche dollaro, altri ancora artigiani. Parlano tutti molto bene l’italiano. Mi chiedono se voglio bracciali, portachiavi,ciotole,occhiali… no raga. Voglio solo farmi un bagno! Li liquido bruscamente e scappo. Mia madre invece, di indole paziente, si ferma a parlare con loro e chiede informazioni sull’isola. Insieme ad altri turisti prenota una gita per l’indomani.

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Visita all’isola delle tartarughe giganti e in seguito alla lingua di sabbia di Nakupenda.
Io, mia madre e un’altra manciata di persone partiamo di buon mattino e dopo qualche ora, finalmente, raggiungiamo l’isola delle tartarughe giganti. Scendiamo dalla barchetta in legno e subito ci aspetta un altro beach boy che si presenta come Capitano Findus il quale ci invita a fare quattro salti in padella sull’isola. Ci porta a vedere il giardino dove vivono queste tartarughe di terra enormi e ci spiega che questa specie è la più longeva al mondo, esse infatti possono vivere fino a 450/500 anni. Pazzesco. Ognuna di loro ha una cifra scritta in blu sul guscio che sta ad indicare l’età. La più anziana in quel giardino ha 157 anni. Un paio di foto e proseguo.
Un sentiero ci porta a un vecchio edificio che a quanto ho capito doveva essere un’antica prigione dove venivano tenuti gli schiavi che i signori dell’isola -ricchi arabi- compravano direttamente da Zanzibar. In seguito questo casermone fu usato come luogo di quarantena per i malati colpiti dalla peste che si abbatté su questi territori verso la fine del 1800.
Un giro per il cortile della prigione e finisce la visita.
Risaliamo sulla barchetta e poco dopo avvistiamo una striscia di terra bianchissima in mezzo al mare, Nakupenda. Scendiamo.
WOW. Il paradiso: 300 metri di spiaggia candida in contrasto col mare blu. Io sparisco in acqua, mia madre si piazza al sole e intanto i beach boys preparano la frutta per tutti. Nelle ore più calde della giornata il solleone ringhia con tutta la sua forza sulla pelle salata mentre il vento mi ricopre di uno strato leggero di sabbia, ma nonostante questo si sta veramente da dio. Mangiamo tutti insieme. Menù del giorno: riso con salsa di cocco, pomodoro e carote, patatine fritte, gamberi e pesce arrosto. Con la pancia piena mi sdraio al sole ma la mia siesta viene brutalmente interrotta dai beach boys che cominciano a gridare un motivetto carino in swahili insieme ad altri turisti. Dopo qualche minuto cantavamo tutti insieme.

Faceva più o meno così:

JAMBO JAMBO BWANA CIAO CIAO VISITATORE
HABARI GANI COME VA
MZURI SANA TUTTO BENE
WAGENI WAKARIBISHA GLI STRANIERI SONO BENVENUTI
ZANZIBAR YETU, HAKUNA MATATA A ZANZIBAR, NESSUN PROBLEMA

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A una certa però dobbiamo fare ritorno. Stasera andiamo al Waikiki, un locale sulla spiaggia a Kiwengwa.
Un sacco di giovani zanzibarini ballano simmetricamente in gruppo seguendo uno schema preciso di passi neanche troppo difficili, così anche noi turisti ci almagaghiamo a loro. Nascono amicizie tra tutti, l’atmosfera è stupenda. Inoltre il cielo è pieno di stelle e grazie alla scarsa illuminazione pubblica ogni sera si può godere di questo magnifico manto luminoso.

La bellezza dell’isola di Zanzibar si sta insinuando nel mio cuore. Impressione che confermo del tutto dopo aver visitato la parte più a nord dell’isola: il villaggio di Kendwa e la spiaggia di Nungwi.
Il villaggio di Kendwa è nella parte nord ovest dell’isola ed è prevalentemente abitato da pescatori.
Poco a largo dalla riva ci sono innumerevoli barchette di legno e sempre poco lontano dalla riva, ma verso l’entroterra, sotto altissime palme, molti artigiani si danno da fare per levigare dei tronchi di mangrovia utili per costruire altre imbarcazioni. Inoltre il villaggio di Kendwa è famoso a Zanzibar perché dispone di una piccola riserva di tartarughe marine alla quale si accede senza problemi attraverso un portone. Lì le tartarughe marine vengono allevate, curate e successivamente liberate. Ce ne sono di due tipi, quelle carnivore e quelle erbivore, tenute in luoghi separati per evitare episodi di cannibalismo.
Il ragazzo della riserva, oltre a questo, ci spiega che i cuccioli di tartaruga vengono prelevati dalla spiaggia e fatti nascere in riserva perché c’è il rischio che i gabbiani li uccidano. Detto questo con un gesto della mano ci indica la vasca dei cuccioli. Inutile dire che erano di una tenerezza incredibile. Rimango per 5 minuti imbambolata con gli occhi a cuoricino davanti a loro.

 

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Un’ora dopo sono sulla spiaggia di Nungwi, nota per i bellissimi tramonti che regala a chi guarda in direzione ovest. Peccato per l’acqua gelida. Sono già le 16:30 circa e il sole dovrebbe tramontare verso le 18:15. Le nuvole in cielo non promettono niente di buono. Sperando che se ne vadano mi sdraio sulla sabbia e mi addormento. Ma niente da fare, all’ora del tramonto le nuvole sono ancora lì e coprono il sole mentre scende nel mare. Che sbatti. Delusa torno a Kiwengwa.
Sulla strada di ritorno c’è traffico, ma nessun’auto. Solo un sacco di persone accalcate sul ciglio della strada davanti a una televisione minuscola. Una scena del genere mi fa capire quanto tutti noi occidentali siamo fortunati ad avere comodità che uno zanzibarino – o africano in generale- magari non potrà mai possedere. D’altra parte però in ambienti poveri come questo, si hanno più occasioni per stare insieme, lontano da ogni forma di tecnologia,lontani dall’avidità che può portare la ricchezza.
Arrivo a Kiwengwa e scendo dal pulmino, ho le gambe intorpidite. Decido di fare un giro per le bancarelle degli indigeni per sgranchirmi e intanto compro qualche aggeggio da portare a casa.

Gli ultimi due giorni li passo in spiaggia sotto il sole a cuocere come un salamino sulla griglia. Non voglio tornare a casa senza prima essermi ustionata per bene.
Rossa come un gambero mercoledì mattina mi alzo prima dell’alba, e via verso l’aeroporto.
Dopo lunghe attese per le varie procedure di imbarco finalmente a mezzogiorno e qualcosa si decolla.
Neanche sento il tonfo dell’atterraggio, ad attirare la mia attenzione è la voce di uno steward all’altoparlante.

‘‘Benvenuti all’aeroporto di Milano Malpensa, ora locale 19:20, l’equipaggio insieme al comandante vi augura un buon rientro a casa’’.

Recupero la valigia e torno a casa nella speranza di trovare una spiaggia bianca e un mare blu dietro la porta di casa.

CHEROL.