Monthly Archives: June 2015

PUNK WEEKLY 28/06/2015

  • By Punk Vanguard
  • Published June 29, 2015
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Punk Weekly e le novità più interessanti del panorama musicale:
A cura di Peter N. Whelan.

– Nuovo, ipnotizzante video per i Beirut, che ci presentano il primo singolo del loro prossimo album. “No no no” uscirà l’11 settembre via 4AD.

– Poco meno di un mese ci separa dalla pubblicazione di “Born in Echoes”, l’ultima perla dei The Chemical Brothers. Il duo, dopo “Sometimes I feel so deserted” e “Go”, ci regala la terza anticipazione, “Under Neon Lights” con St. Vincent come ospite d’onore.

– Dopo quasi dieci anni Mike Shinoda torna a pubblicare materiale con il progetto Fort Minor. “Welcome” è solo un singolo, ma se fosse il preludio a un nuovo album noi non ci lamenteremmo di certo.

– Vi piace Grimes? Allora conoscete la sua pupilla, HANA, e il suo nuovo video per “Clay”.

– Quest’anno i Mogwai celebrano 20 anni insieme, e per festeggiare pubblicheranno un triplo disco intitolato “Central Belters”, contenente il meglio della loro produzione, più alcuni inediti. Per l’occasione hanno anche girato il video di una vecchia canzone, “Helicon 1”.

– Annunciato per settembre il nuovo album dei New Order, “Music Complete”.

– Alison Mosshart (The Kills/Dead Weather) è ospite dei Bob Thiele & The Forest Rangers, nel primo singolo del loro album “Land Ho!” in uscita il 10 luglio.

– I Disclosure a settembre pubblicheranno “Carcal”, il loro nuovo album. Hanno già anticipato “Holding on”, il primo singolo, ma ora hanno condiviso su youtube qualcosa di molto più strano…

 

– Infine The Game pubblica la prima anticipazione del suo prossimo album, “The Documentary 2”. “100” è prodotta in collaborazione con Drake.

 

Tra Rinascimento e street-art: Marco Battaglini

  • By Punk Vanguard
  • Published June 24, 2015
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Che cos’hanno in comune il Botticelli e Obey?
Marco Battaglini.
L’artista italiano realizza dipinti di grandi dimensioni per il suo progetto ARTPOPCLASSIC® che fondono lo stile neoclassico e rinascimentale con la street-art.
Dame danzanti ed eroi mitologici vengono dunque ricontestualizzati e nelle pareti potrete scorgere dalla scritta A.C.A.B. che sta nel muretto vicino a casa vostra fino a opere ben riconoscibili di Banksy e molti altri street artist contemporanei.

La provocazione dietro a un damerino settecentesco coi piercing, ai simboli della cultura pop occidentale (con richiami a Warhol e Lichtenstein), frasi come “homophobia is gay”, “L’AMORE TI FOTTE” e “vietato pisciare”, mi aveva incuriosito molto, e qualche giorno fa ho avuto il privilegio di discuterne con l’artista che mi ha gentilmente concesso un’intervista direttamente dalla Costa Rica.

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Per quanto riguarda ARTPOPCLASSIC®, mi perdoni il cliché, come è nato il progetto?
Il progetto ARTPOPCLASSIC® è nato in seguito a una collaborazione con il curatore italiano, residente a Washington D.C., Filippo Tattoni-Marcozzi.
Direi che sorge dal desiderio di ampliare la percezione della realtà: sempre limitata da un giudizio troppo strettamente vincolato a un contesto geografico del momento.
ARTPOPCLASSIC® è una provocazione a vedere le cose dal di “fuori della caverna” (concezione platonica).
E’ poter visualizzare la convivenza armonica di concetti estetici, culturali, spaziali e temporali radicalmente opposti.

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La sua provocazione è effettivamente molto forte, e si coglie anche dai nomi delle sue opere: si va da titoli come “Eram quasi agnus innocens” fino a “Merry chrisis and a happy new fear”, “Victoria’s Secret” “Il reggiseno è uno strumento democratico” e il mio preferito “Ma dove cazzo sono?”.
Nel villaggio globale di oggi, con la ‘democratizzazione’ della cultura, l’evoluzione della conoscenza, l’immediatezza dell’informazione, immersi nell’eterogeneità, la Patchwork Culture ci obbliga a confrontarci con una necessità di comprensione che deve andare oltre il nostro ambito locale cronologico.
Decisamente nel mondo ‘mescolato’ attuale dobbiamo cambiar la forma di vedere la realtà, toglierci i paraocchi e avere una visione più’ ampia.
Inoltre ARTPOPCLASSIC® vuole provocare l’immaginazione dell’individuo come motore creativo per plasmare la nostra realtà’… al contrario di una cultura logico-razionale e causa-effetto, ARTPOPCLASSIC® crea una dimensione dell’impossibile che sfida tutte le regole e strutture imposte e lascia uno spazio importante allo spettatore che al introdursi nei codici interni dell’opera partecipa, completa il proposito e stabilisce una rottura delle sue barriere percettive.

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Sul web è impossibile trovare info sulla sua biografia, sappiamo solo che è nato a Verona e che ora è di base a San José.
Quali sono stati i motivi del suo spostamento e che ambiente ha trovato in Costa Rica dal punto di vista artistico e più in generale della mentalità delle persone, rispetto all’Italia?
La mia formazione è completamente artistica, figlio di artisti, ho studiato al liceo artistico di Verona e poi accademia di belle arti a Venezia.
Analizzandolo a posteriori sicuramente la mia ‘fuga’ dall’Italia ha avuto a che vedere con una necessità interiore di rompere con lo status quo: quando nasci e cresci in una realtà, in qualche modo il tuo cammino viene condizionato dai fattori del tuo intorno, amici, conoscenze, famiglia, mentalità, cultura… ecc.
In qualche modo volevo rompere con tutto questo: re-inventarmi, scrivere un nuovo libro da zero, una nuova realtà, nuova lingua, nuova gente…
gli stimoli che ho ottenuto sono stati molti dal punto di vista umano e probabilmente hanno permesso la forte manifestazione del mio background artistico.

ARTPOPCLASSIC® e la collaborazione col curatore Tattoni-Marcozzi sono dunque frutto della “fuga”?
ARTPOPCLASSIC® è stato uno dei frutti della fuga… Filippo Tattoni-Marcozzi è stata la mano che ha lanciato la bomba… diciamo che io gli ho dato gli esplosivi e lui è partito all’attacco!

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Ora che è entrato a contatto con tante vibes differenti e si è immerso appieno in questa nuova realtà… pensa che tornerebbe mai in Italia?
Mai dire mai… amo l’Italia, adesso l’amo ancora di più quando la vedo da turista.
Magari un giorno…
E poi… dopo un po’ ti rendi conto di chi sei veramente, e il luogo perde la sua importanza…
Ci avviamo a essere tutti cittadini del mondo

Battaglini, artista e cittadino del mondo, la ringrazio per la disponibilità e le auguro buona fortuna per tutto.
Buon giornata!
Buona giornata anche a te e ti auguro mille soddisfazioni con i tuoi progetti!

 

 Sito ufficiale di Battaglini: www.marcobattaglini.com

Di Serena Tempesta

 

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ART WEEKLY #11 MIKE KELLEY

  • By Punk Vanguard
  • Published June 23, 2015
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MIKE KELLEY

Plato’s Cave, Rothko’s Chapel, Lincol’s Profile (1985-6).

“A lot of the relationships were produced through random methods. The very title of the project Plato’s Cave, Rothko’s Chapel, Lincoln’s Profile is a random grouping, linked only because they are all in the possessive. All of the metaphorical connections in the piece grew out of that loose pairing of possessives. I was trying to produce something that seemed mysterious and arcane, but was just a façade; it is a pseudo-mystical artwork.”

Misterioso o no, Plato’s Cave rimane uno dei progetti più interessanti di Kelley.
Il lavoro consiste in una serie di dipinti, nell’installazione The Trajectory of Light in Plato’s Cave e in un testo poetico. Ma non finisce qui, eh.
Il progetto culmina nel dicembre del 1986 in una performance che vide le collaborazioni dell’attrice Molly Cleator e dei Sonic Youth.

A proposito dei Sonic, ecco cosa disse Kim Gordon in occasione della retrospettiva dell’artista (morto suicida nel 2012) al Moca:

“Plato’s Cave, I felt like we were some kind of a Greek chorus to it, and I always thought of Mike as a performance artist more than a visual artist. And at some point, I realized the work was the performance.”

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Performance, installazione, dipinti.
Prima di tutto il lavoro di Kelley è un lavoro sul concetto di sublime e sulla sua declinazione misterico-grottesca, è la dimensione oscura e arcana della grotta a caratterizzarne l’intera esperienza, ed ancora, un lavoro di giustapposizione, di decostruzione di significati ed agitazione di significanti.

Tre figure storiche, Platone, Rothko e Lincoln, e un gioco di “’s” possessive, che si fagocitano, si rincorrono, di cui Kelley si serve per ri-scrivere, per ri- mettere in gioco.

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Inizialmente sono le grandi tele in bianco e nero a catturare l’attenzione dello spettatore, dall’assassinio di Lincoln (Sic Semper Tyrannis) alla crocifissione di Gesù (The Little Side Cave #1), e la più grande di queste, Exploring, illustra proprio “l’esplorare” e suggerisce, ammiccando, la posizione dello speleologo. Questa tela, infatti, dista diciotto pollici dal pavimento, distanza che si configura come soglia da varcare, gattonando, per accedere ad una dimensione ulteriore, quella di The Trajectory of Light in Plato’s Cave.

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La caverna è così allestita: un camino artificiale nel centro, delle candele elettriche, pareti in finto mattone su cui si stagliano grandi tele monocrome (tre serie di quattro dipinti in bianco, giallo, rosso e marrone) e due lenzuola dipinte alle estremità. Quella disposta sull’estremità anteriore è tagliata a metà e dipinta di rosso lungo lo squarcio, mentre l’altra, anch’essa tagliata nel centro, è dipinta sul lato sinistro con l’impronta dell’artista, Body Print (Self-Portrait as the Shroud of Turin), e sul lato destro con delle macchie di colore a mo’ di test di Rorcharch, in Rothko’s Bloodstain (Artist’s Conception).

La performance, atto finale del progetto, vede Kelley recitare per un’ora e mezza il proprio elaborato scritto, aiutato da Molly Cleator, e accompagnati, per così dire, dai suoni dei Sonic Youth.

“In that particular performance I wanted to have a live sound element modeled after kabuki theater, where there are musical sections that play off the language in a quite disjointed way.  I also wanted to play with the idea of rock staging. A lot of the audience was there to see Sonic Youth specifically, because at that point they were a known band, so I had some parts where the band was really foregrounded and others where they were completely hidden—behind a curtain, for instance—so you couldn’t see them. And it was great, because they sometimes were doing music not at all typical for Sonic Youth—at one point, for example, I asked them to repeat a riff from “Train Kept A-Rollin’” over and over.”[1]

Plato’s Cave nasce “as a project about the possessive, about how ascribing a quality of possession to something would equalize everything. Like, if I said that this was an exhibition of everything from Lincoln’s house, it links all this random stuff together that has no link except as a possible way to psychoanalyze Lincoln. Everybody asked me why I picked those three people. I made a whole list of possessives that were in common usage and I just picked the three that sounded best together. . . . Then I wove a set of associations between them.”[2]

L’opera d’arte, per Kelley, è il processo intellettuale che conduce a essa, una ricerca, e con la sua Caverna vuole rappresentare il passaggio dal mondo ideale dello spettatore al regno dei simulacri sepolti dell’artista.

Se “il simulacro non è una copia degradata, ma racchiude una potenza positiva che nega sia l’originale che la copia, sia il modello sia la riproduzione[3], allora l’opera di Kelley pone una dimensione ulteriore, pone un senso altro giocando tra i sensi. Non vi è pretesa di verità, o di falsità. Secondo l’artista tutti i segni di trascendenza devono essere radicati nella libido, libido che non necessita di alcuna mediazione, in quanto “Kelley’s sublime is thus inextricably tied to the dissolution of true and false claimants. Instead, there are only nomadic distributions, libidinal flows: the triumph of the phantasm.[4]

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Insomma, invece di risalire dalla profondità della caverna, Kelley ci invita a fare della speleologia un modus vivendi, a non cedere alle comode lusinghe della mistificazione della società, ma a gattonare, a giustapporre, a creare senso nel regno del gioco dei sensi.

 

Letizia Liguori

http://www.ubu.com/sound/sonicyouth.html

[1] Oliver Hall, MIKE KELLEY FRONTS SONIC YOUTH, 1986, in «dangerousminds.net», 12.17.2014
[2] Ivi
[3] Gilles Deleuze, Logica del senso, trad. it. di M. de Stefanis, Feltrinelli, Milano, 1975, pp. 230-31
[4] C. Gardner, Let It Bleed: The Sublime and Plato’s Cave, Rothko’s Chapel, Lincoln’s Profile, Mike Kelley Catholic Tastes, exh. cat., New York, 1993, pp. 123-124

PUNK WEEKLY 21/06/2015

  • By Punk Vanguard
  • Published June 21, 2015
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Punk Weekly e le novità più interessanti del panorama musicale:
A cura di Peter N. Whelan.

– Come già anticipato la settimana scorsa, Beck è tornato. L’album non ha un titolo o una data di rilascio, ma qui per voi c’è il primo singolo estratto, ‘Dreams’.

– Esce anche la seconda anticipazione di ‘Magnifique’, il quinto album dei Ratatat, in uscita il 17 luglio. ‘Abrasive’ è un’animazione di più di 4000 disegni di Evan Mast, membro della band.

– Sempre a proposito di grandi ritorni, il duo Jesse Hughes e Josh Homme, a.k.a. Eagles of Death Metal, ci delizia con ‘Complexity’, primo singolo del loro prossimo album. ‘Zipper down’ uscirà il 2 ottobre, per T-Boy/UMe.

– I Foals pubblicano finalmente il primo singolo dell’album di cui si è tanto parlato negli ultimi giorni, ‘What went down’. Sarà che io ho un problema coi Foals ma mi sembra che possiamo aspettarci grandi cose.

– BAIO pubblica la seconda canzone estratta dal suo album d’esordio, ‘Sister of Pearl’. In questa, molto più che nella prima ‘Brainwash yyrr face’, si sente la sua provenienza dai Vampire Weekend.

– Nuovo video per i Death Cab for Cutie, ‘The Ghosts of Beverly Drive’, estratto dall’abum ‘Kintsugi’, uscito lo scorso 2 aprile.

– I Maston continuano a sfruttare fenomeni del web nei loro video musicali: prima il twerk con ‘The Motherload’ e ora i re indiscussi di internet, i gatti. ‘Asleep in the deep’ è il secondo video estratto dall’album ‘Once more ‘round the sun’ del 2014.

– Infine escono questa settimana due album tra i più attesi della scena elettronica:

‘Lantern’ di Hudson Mohawke, secondo LP dopo l’indimenticabile ‘Butter’ del 2009.

e ‘Déjà vu’, il grande ritorno di Giorgio Moroder.

IEN LEVIN

  • By Punk Vanguard
  • Published June 19, 2015
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Elegante, neutrale, senza emozioni, minimalista, un po’ spaventata e un po’ spaventosa.

Questa è la definizione che Ien Levin da alla sua arte.

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Originario di Gomel (Bielorussia), studia storia, filosofia, religione, psicologia, arte e tradizioni mistiche per anni prima di arrivare al suo inconfondibile stile.
Prima di entrare nel mondo dei tatuaggi, lavora per diversi anni in quello della fotografia professionale, ed alcune delle sue foto si possono ancora trovare nella sua pagina personale di Facebook.

Inizia a tatuare nel 2010 con i suoi pezzi personali, che mischiano linee, tecniche di dorwork e stippling, black’n’grey e sovrapposizioni che ben presto lo faranno conoscere a livello mondiale.
Un tattooer un po’ sciamanico ma con le idee ben chiare che nel 2011, ad appena 23 anni, diventa co-fondatore del suo primo studio, il ‘Bone House’.
Nel 2012 lascia il suo primo studio per aprirne un’altro in cui lavora attualmente, ‘AtelierNoir’ (il nome dice tutto) dove riceve centinaia di e-mail al giorno da persone pronte a diventare opere d’arte ambulanti.

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Nel 2013 BuzzFeed lo ha incluso nella lista de “I 13 migliori tatuatori del mondo”.

La sua reazione? Una grossa risata.

 

Giada Girardi

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Intervista My Own Project

  • By Punk Vanguard
  • Published June 18, 2015
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Abbiamo intervistato My Own Project all’On air di Castelfranco Veneto. Lui ci ha parlato della sua musica. E ci siamo divertiti a riflettere sulla sua immagine.

ART WEEKLY #10 ANDREA FRASER

  • By Punk Vanguard
  • Published June 16, 2015
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ANDREA FRASER

L’Artista è una Moneta //  The Artist is a Currency [1]

“Untitled” (2002) è, forse, il lavoro più discusso dell’americana Andrea Fraser.

Si tratta di un video di sessanta minuti, senza audio, che vede l’artista fare sesso con un collezionista di cui viene preservato l’anonimato. Questo lavoro fu però soggetto di una particolare negoziazione: il gallerista Friedrich Petzel pagò circa ventimila dollari per l’azione-opera, le cui clausole erano che il gallerista-cliente dovesse essere maschio, eterosessuale e celibe. Questo video venne poi riprodotto in un’edizione limitata di cinque DVD ed esposto per la prima volta presso la galleria di Petzel, a New York.

L’azione fu ripresa da una telecamera fissa con una visuale da “sorveglianza”, che registrò silenziosamente l’incontro-opera. Dopo un paio di bicchieri, flirting e petting, si compie l’incontro sessuale, conclusosi in un post coitum tra abbracci e coccole.

Andando oltre la dimensione da “Proposta indecente” e soft porn, o porno in generale, quest’azione mostra il sesso come lavoro e l’artista come lavoratrice. Lo scenario parrebbe quello della prostituzione, anche se del pagamento, nel video, non c’è traccia. Ma se l’artista-prostituta offre il suo corpo al gallerista, il gallerista allora si configura come cliente, ed ancora l’azione-transazione come opera d’arte.

Se il fare arte ha una dimensione mistica e contemplativa, se l’artista è colui che trascende, che gode dell’aura del meraviglioso, cosa succede quando ad essere esposto è il corpo dell’artista che si presta sessualmente al suo compratore? E dunque, sono prostituzione le dinamiche ed i rapporti tra artista, opera e gallerista? Quest’azione-opera provoca, trasgredisce, manifesta l’osceno attraverso il sesso, ma è il mercato che fa della trasgressione oggetto di discussione, e quindi di vendita, ed il mercato dell’arte, dipendente dalla forza del capitale, viene spogliato di questa tacita ed essenziale intesa.

Il corpo dell’artista, qui, non è proprietà esclusiva, è oggetto di una determinata transazione economica, è il servizio che rende, è, nella società del capitale, luogo di scambio tra domanda ed offerta.

Un altro aspetto interessante è quello della fama, nelle sue accezioni di mostrare e raccontare, di resa manifesta, di declinazioni positive e negative.

L’artista è donna-lavoratrice-prostituta, prestando sessualmente il proprio corpo mina l’integerrima autorità del gallerista, reso comune cliente sessuale, intacca l’aura sacra dell’artista, insinuata nell’intimo, e fa dell’azione artistica una prestazione occasionale, volta a soddisfare il piacere e le necessità imposte dal mercato.

Sono queste le conseguenze dell’Arte?

Well, yes, it’s art, and the question I’m interested in posing is whether art is prostitution—in a metaphorical sense, of course. Is it any more prostitution because I happen to be having sex with a man than it would be if I were just selling him a piece? In fact, I remain much less comfortable with selling the DVDs of “Untitled” than I was with producing the piece. The “normal” sales situation that one has in the art world feels much more exploitative to me than any aspect of my relationship with, or the exchange with the participating collector. That’s where I lose control of it. That’s where the speculation begins. […] For me, one of the clearest signs that “Untitled” is a successful piece is that it didn’t only upset people outside of the art world, but a lot of people inside the art world as well [2].

 

Letizia Liguori

Fonti:
Julia Bryan-Wilson, Dirty Commerce: Art Work and Sex Work since the 1970s, in «Differences. A journal of Feminist Cultural Studies», XXIII, 2, pp. 71-112, 2012

 

[1] Rhea Anastas, Gregg Bordowitz, Andrea Fraser, Jutta Koether, Glenn Ligon, The artisti s a currency, in «Grey Room», n. 24, pp. 110.125, 2006
[2] Delia Bajo and Brainard Carey, In conversation. Andrea Fraser, in «The Brookling Rail», 1 ottobre 2004

Ishaq. Intervista video.

  • By Punk Vanguard
  • Published June 15, 2015
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Abbiamo intervistato gli Ishaq all’On Air di Castelfranco Veneto. Tra timidezza e riservatezza si sono aperti a noi, parlando di Remedies. E alla fine ci siamo divertiti un sacco!

A cura di Elliot Walker.
Riprese e montaggio video a cura di 42 Ph.

PUNK WEEKLY 14/06/2015

  • By Punk Vanguard
  • Published June 15, 2015
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Anche questa settimana vi presentiamo le novità più interessanti del panorama musicale.
A cura di Peter N. Whelan.

– Vi piacciono i The Black Keys? Allora apprezzerete il nuovo progetto parallelo di Dan Auerbach, che assieme ad altri musicisti più o meno famosi a formato i The Arcs. Ecco il primo singolo:

– Anche Caribou si diletta con progetti paralleli, pubblicando una nuova traccia (o meglio un mashup) con lo pseudonimo di Daphni:

– Death Grips rilascia un assurdo video per ‘The power that B’:

– Sta arrivando il nuovo album di Beck…

https://twitter.com/beck/status/609082939725365248/photo/1

– …dei Foals…

https://www.facebook.com/Foals/videos/vb.6226458530/10152888837323531/?type=2&theater

– …e quello dei Motörhead, previsto per il 28 agosto per UDR Music/Motörhead Music. E Lemmy fa 70 anni a dicembre, non dico altro.

– Intanto Ghostface Killah continua a spaccare tutto con la sua ultima traccia in collaborazione con Raekwon. La canzone anticipa il prossimo album dell’artista, ‘Twelve Reasons To Die II’.

Giulia Bersani

  • By Punk Vanguard
  • Published June 12, 2015
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Ci sono fotografi di cui vale sempre la pena parlare. Fotografi che ti lasciano senza fiato. E una di questi è Giulia Bersani.
Le sue foto sono intrise di sfumature e racconti. Ogni scatto ti regala diverse emozioni.
Per questo motivo ho voluto intervistarla. Per capire meglio il suo mondo, e ovviamente per conoscere il suo modo di lavorare.

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Ciao Giulia! Innanzitutto complimenti per le bellissime foto, sono davvero originali e piene di sentimento. Raccontaci qualcosa di te, in breve.
Ciao! Grazie per i complimenti. In questo periodo sono un po’ confusa per cui non è facile raccontarmi in breve. Diciamo che sono una ragazza creativa di 22 anni con la passione per la fotografia. Cerco di mantenere il mio punto di vista più umano e semplice possibile in modo che chiunque vi si possa riconoscere in modo intimo.

Scatti prevalentemente in analogico: perché lo preferisci al digitale?
Ogni volta che mi viene fatta questa domanda non so cosa rispondere.. ho iniziato in analogico e il mio carattere fotografico si è plasmato su questa scelta. Ho provato più volte a passare al digitale per questioni di comodità ma non ce la faccio proprio, non è il mio mezzo.
E’ un po’ come per un mancino scrivere con la mano sinistra; potrebbe forzarsi ad imparare ad usare la destra ma con quale scopo, se con la sinistra si trova bene?
Seguo e ammiro diversi fotografi che scattano in digitale per cui non è che io sia una purista, semplicemente fino ad ora mi sono sempre trovata meglio con la pellicola, un po’ per abitudine e un po’ perché è diventata una caratteristica importante del modo in cui mi esprimo. Mi ci sono affezionata insomma. Fa parte del mio linguaggio.

Con che macchine preferisci scattare? C’è un tipo di pellicola da te preferito?
Non penso sia importante.. ho sempre utilizzato le macchine che mi capitavano tra le mani e lavoro da anni con le pellicole del supermercato (con cui mi trovo benissimo). Sono domande che mi sono state fatte decine di volte e che onestamente odio. Penso che il valore delle mie fotografie sia dovuto a quello che c’è dentro, alle sensazioni che suggeriscono, non alla tecnica che uso. Non c’è una ricetta; è questione di occhio e di personalità, non di tecnicismi.

Assolutamente sì, era solo una domanda tecnica. Alla fine ogni forma d’arte si basa su una tecnica, che è composta anche dagli strumenti utilizzati per realizzarla.
Andando avanti: Come hai iniziato a scattare?
Scusa, non volevo essere scortese, era la mia risposta sincera alla domanda. Il fatto è che sono tutte domande molto generiche che mi sono state fatte mille volte e a cui non so cosa rispondere perché non penso che la mia risposta possa essere più interessante di quella di tante altre persone.
Ho iniziato a scattare per caso, fotografando amici al parco e caricando le foto su flickr. Internet è sempre stato un mezzo molto utile ed interessante per la condivisione del mio lavoro. Mi permette di andare oltre alla mia timidezza e di raggiungere persone da tutto il mondo che si ritrovano nelle mie fotografie.

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A proposito: la tua fotografia ti mette in contatto intimo con i soggetti, come riesci a superare, per prima cosa, la tua timidezza?
La timidezza la supero con l’interesse nei confronti delle persone che ho davanti. Sono curiosa e mi piace osservare, così ogni volta si instaura un dialogo tranquillo per conoscersi a vicenda.

E dall’altra parte dell’obiettivo? Le tue fotografie sono molto intime e “vicine” al soggetto, quasi come se tu fossi presente nella sua stanza ma invisibile. Come riesci a creare questa intimità con i tuoi soggetti?
In lovers ad esempio, come porti le coppie ad essere disinibite e naturali?
Nel modo che ho appena descritto: si parla e ci si conosce. C’è in gioco anche l’ empatia dato che i soggetti che scelgo sono tutti molto vicini alla mia esperienza personale. A volte ci si conosce anche attraverso il silenzio, semplicemente osservandosi e ritrovandosi gli uni negli altri. La cosa decisiva secondo me è la tranquillità; il fatto di non avere fretta ne’ bisogno di parlare a tutti i costi di qualsiasi cosa.

Di lovers è già stato detto molto in altre interviste. La mia domanda è: ci sarà il volume 3?
Ancora non lo so: mi piacerebbe ma dipende dal mio istinto. Quando troverò, nella mia vita personale, una nuova sfumatura con cui guardare il rapporto di coppia inizierò a lavorare sul volume 3.

Ti va di raccontarci il tuo processo creativo, la tua giornata fotografica tipo? Ogni foto è frutto di una lunga riflessione e preparazione o è più questione di istinto?
La mia giornata fotografica tipo sarebbe in viaggio o in vacanza con un’ amica o con un gruppo di amici. L’ ideale è avere tempo per osservare la quotidianità altrui e, di tanto in tanto, tirare fuori la macchina fotografica e lavorare sui gesti propri di ogni persona. Io quindi non preparo niente, semplicemente colgo quello che trovo lavorandoci un po’ su al momento.

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Che rapporto hai con la tua fotografia? Tendi ad essere soddisfatta o autocritica?
Bella domanda. E’ difficile, perché per molti aspetti sono una persona piuttosto insicura: spesso cerco di vedere i miei lavori con occhi esterni e allora mi può capitare di avere dubbi. Dall’altro lato però, essendo il mio un percorso molto personale, credo fortemente in quello che faccio. E’ il mio sogno e la mia passione per cui non posso non trovarmici.

In particolare, sei legata ad un tuo scatto?
Sono legata a tutti gli autoscatti perché hanno un valore di ricordo personale oltre che artistico

A cosa stai lavorando in questo periodo? Hai progetti, fotografici e non, per il prossimo futuro?
In questo periodo ho in ballo un progetto abbastanza delicato sull’insicurezza femminile e a settembre penso di trasferirmi a Berlino per qualche mese per cambiare aria e per imparare una nuova lingua.

 

A cura di 42 ph.

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Yann Marussich e il Corpo che non mente

  • By Punk Vanguard
  • Published June 9, 2015
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In questa era in cui tutto scorre senza freni e quasi manca il tempo di pensare è il corpo ad essere stato sacrificato. Esso è l’immagine di un fardello che cerca di farsi strada tra i suoi stessi stimoli e condizionamenti. Ciò che resta è quindi un corpo ad uso e consumo del suo ambiente circostante.

Ma se di questi tempi il corpo è stato vittima di un processo di banalizzazione “anestetizzante” dovuta a fattori quali il capitalismo e il consumismo, dall’altro lato è sorta (soprattutto in campo artistico e performativo) la crescente necessità e volontà di ricondurlo ad una condizione più autentica e indagarne i suoi limiti e potenzialità.

Chi da sempre si è contraddistinto per avere nelle proprie creazioni un corpo libero da qualsiasi stereotipo è sicuramente Yann Marussich. Nei lavori dell’artista svizzero, vengono infatti inseriti veri e propri espedienti che permettono al corpo fisico di riacquistare ricettività e di ritornare così ad essere nuovamente elemento attivo, strategico…e perché no pensante.

Interessante a tal proposito è la sua performance più conosciuta, Blue Remix, del 2007. Dopo aver ingerito una piccola parte di blu di metilene, Marussich espone il suo corpo all’interno di una teca di plexiglass e dà vita a quella che successivamente verrà definita danza organica [1]: dal suo corpo nudo infatti incominciano gradualmente ad uscire secrezioni corporee tinte di blu. Il suo sudore, la sua urina e il suo muco divengono agenti per mostrare e rendere visibili agli spettatori parti cutanee e reazioni chimiche generalmente invisibili e nascoste all’occhio umano. Ha inizio cosi quel processo di svelamento, quasi radiografico, che porta il corpo del performer ad essere scrutato e conosciuto fin nei suoi minimi particolari [2]. Lo spettatore si trova di fatto coinvolto in una manifestazione totale del corpo che vede come soggetto non tanto la sua superficie (il suo involucro) ma il suo strato sottocutaneo, il suo invisibile: quell’invisibile che però è fondamentale perché permette all’intero organismo di esistere.

Anche la scelta di Marussich di essere esposto totalmente nudo è una chiara dichiarazione e non un semplice atto provocatorio. Nelle sue opere il nudo richiama ad un corpo liberato da tutti quei tabù che, escludendo qualsiasi rimando sessuale, biografico e psicologico, espongono al nostro sguardo la neutralità della sua materia e delle sue forme.

Altre idee molto comuni, soprattutto nelle performance degli ultimi anni, sono quelle di costipazione e d’intrappolamento. Se all’inizio infatti abbiamo detto che il corpo è spesso succube, Marussich evoca perfettamente questa sua condizione limitante giocando ad inserirlo all’interno di dinamiche soffocanti e di confine.

È il caso ad esempio di Glassed (2011) e Rideau (2014) in cui, attraverso espedienti diversi, il corpo del performer deve guadagnarsi la libertà esponendosi al rischio. Ma se in Rideau il corpo immobile, sovrastato da ossa alternate a taglierini, rimanda al bisogno intrinseco di quel “movimento che genera sangue”; in Glassed l’artista è più poetico ma ugualmente efficace: tramite l’immagine della sua testa soffocata da pezzi di vetro in contraddizione con il suo corpo libero e ben vestito, vuole comunicarci che l’imprigionamento dell’uomo nell’epoca moderna avviene in maniera nascosta e subdola, mettendo in pratica stratagemmi che fanno credere all’uomo di essere libero.

Se le performance di Marussich riportano il corpo ad essere elemento forte e indispensabile per affrontare il “di fuori”, al contempo in questa sua “battaglia” non può essere lasciato solo. Ecco quindi che entra in azione anche il ruolo dello spettatore che diviene parte integrante della scena performativa. L’artista svizzero porta gli astanti ad assumere un senso di responsabilità verso tutto ciò che accade o  può accadere al performer durante “la messa a rischio del corpo”.
In conclusione sembra quasi che Marussich ci indichi che l’unica via per smussare le restrizioni che ci pervadono sia ritornare ad un corpo autentico in grado di ascoltare e ascoltarsi…perché come afferma lo stesso Marussich:“Le corps ne ment pas” [3].

 

Nausica Hanz

[1] ROQUES, Sylvie, Subversion et théâtralité : une écriture performative du corps , Jeu 135 revue de théâtre « Subversion » Québec, février 2010, p. 124-130
[2] THOMAS, Cyril, Dossier spécial Bio-Art, Centre des écritures contemporaines et numériques, février 2009.
[3] YANN MARUSSICH, Notes d’inemploi (de la performance), Editions Lézards Qui Bougent, Bayonne, France, 2012

ART WEEKLY #9 GILLIAN WEARING

  • By Punk Vanguard
  • Published June 8, 2015
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GILLIAN WEARING

Signs that say what you want them to say and not signs that say what someone else wants you to say.

Segni che dicono ciò che volete che dicano e non segni che dicono ciò che altri vogliono che voi diciate:
queste le parole del titolo dell’opera di Gillian Wearing del 1992, titolo che già alla prima letta fa un po’ sorridere.
Si tratta di una serie di cinquanta fotografie a colori che ritraggono delle persone mentre impugnano dei fogli. Ma chi sono queste persone? Che funzione hanno quei fogli?
Persone comuni, persone incontrate per strada, alle quali viene chiesto, o suggerito, di scrivere su quel supporto bianco un pensiero intimo, una confessione, un dubbio od una domanda.

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C’è una ricerca della verità, quella intima, che siamo soliti nascondere o mascherare, ma c’è anche una volontà di ricerca, una curiosità sensibile per così dire, su chi sono le persone con cui condividiamo strade e percorsi, e attraverso queste conoscere qualcosa in più su se stessi.

Il risultato è un ritratto denso di significato: la dimensione pubblica cede il passo a quella privata, le convenzioni sociali scardinate, la tradizione esposta alla luce del flash e ben inquadrata, il tutto filtrato dalla sincerità, dalla schiettezza di queste piccole sentenze, che potremmo leggere come spie e termometro dei moti dell’animo ed effigi del nostro contemporaneo.
Questi passanti vengono fotografati, ritratti, eppure non è la sola azione dello scattare a donargli pienezza: solo le frasi, o i segni, sono le parole a restituire ai volti quel senso di intima verità che l’artista cerca, ed è questa a generare una forte sensazione di disagio.

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“La serie Signs non mi è mai sembrata divertente, anche se c’è di tutto in quel lavoro. La sensazione di disagio deriva dalla verità della gente. […] è più facile esser sincero con qualcuno che non rivedrai.[1]

Ne risulta un tentativo di abbattere certi stereotipi sociali, di smascherare una oramai decadente idea di libertà, poiché anche se esposto, il dato non è completamente conoscibile, e qualora lo fosse, qualcosa verrebbe a mancare. E’ la responsabilità a determinare libertà, ed ecco che “dire ciò che vuoi dire e non quello che gli altri voglio che dici” è forse un piccolo atto sovversivo, una dichiarazione di coraggio e una forma di conoscenza di sé e degli altri.

“Le parole sono come la ghianda da cui può crescere una quercia.[2]

 

Letizia Liguori

Fonti:
www.whitechapelgallery.org
www.tate.org.uk
Emanuele Arielli, Wittgenstein e l’arte. L’estetica come problema linguistico ed epistemologico, Mimesis, 2012, p. 132
De Cecco Emanuela; Romano Gianni, Contemporanee. Percorsi e poetiche delle artiste dagli anni Ottanta ad oggi, Postmedia Books, 2002, p. 299

[1] De Cecco Emanuela; Romano Gianni, Contemporanee. Percorsi e poetiche delle artiste dagli anni Ottanta ad oggi, Postmedia Books, 2002, p. 299
[2] Emanuele Arielli, Wittgenstein e l’arte, Mimesis, 2012, p. 132

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PUNK WEEKLY 7/06/2015

  • By Punk Vanguard
  • Published June 8, 2015
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Anche questa settimana vi presentiamo le novità più interessanti del panorama musicale.
A cura di Peter N. Whelan.

– Esce ufficialmente ‘Drones’, l’ultimo album dei Muse anticipato da diversi singoli. Sembra che la band stia già progettando un suo adattamento come musical.

– Hodgy Beats pubblica nuovo materiale. Le speculazioni di questi giorni danno la OFWGKTM di Tyler, the creator come morta, forse sta arrivando un album in solitaria?

– Nuovo pezzo per Eminem, parte della colonna sonora del film Southpaw:

– I Fidlar confermano l’uscita del loro secondo album, ‘Too’, il 4 settembre per Wichita Recordings, e pubblicano un divertentissimo video per il primo singolo:

– Nuovo album annunciato anche per The Internet, lato più strumentale della OFWGKTM. ‘Ego Death’ uscirà il 30 giugno, e il primo singolo fa ben sperare:

– Jay Rock pubblica ‘Money Trees Deuce’, seguito della canzone di Kendrick Lamar ‘Money Trees’ a cui il rapper aveva collaborato:

– Interessante esperimento per Sam Dust dei Late of the Pier, nel suo progetto solista ‘La Priest’. L’intero album uscirà il 29 giugno.

ART WEEKLY #8 ANDRES SERRANO

  • By Punk Vanguard
  • Published June 1, 2015
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ANDRES SERRANO

The work is like a mirror, and it reveals itself in different ways, to different people.

Piss Christ, 1987, è l’opera di Serrano che negli ultimi trent’anni ha agitato critica, istituzioni e mercato.
Si tratta di una fotografia a colori che immortala un crocifisso immerso in un barattolo di urina, urina dell’artista.
E’ una stampa Cibachrome, ciò significa che i colori si presentano densi e profondi e, in particolare, la sua superficie è estremamente delicata, sensibile anche alla polvere. Non si ha diretta percezione del barattolo, piuttosto saltano all’occhio le sfumature oro e rosa del medium e il crocifisso immersovi.
Quest’opera vinse nel 1989 il premio Awards in the Visual Arts , promosso dal Southeastern Center for Contemporary Art e sponsorizzato dal National Endowment for the Arts.
Ma non fu il premio a renderla famosa.
Esposta negli Stati Uniti nel 1989, destò l’attenzione della classe politica americana, ed in particolare, i senatori Al D’Amato e Jesse Helms decisero di portare il caso nell’aula del senato.

Il 18 maggio 1989 D’Amato pronunciò le seguenti parole:

[…]To add insult to injury, after this group of so-called art experts picked this artist for this $15,000 prize – of taxpayers’ money; we paid for this, our taxpayers – I do not blame people for being outraged and angered, and they should be angered at us, unless we do something to change this. If this continues and if this goes unrectified, where will it end? […] This is an outrage, and our people’s tax dollars should not support this trash, and we should not be giving it the dignity. And after this piece of trash and this artist received this award, to make matters worse, the Awards in Visual Arts, this wonderful publication was put together; and who was it financed by, partially? By none other than the National Endowment for the Arts. What a disgrace[1].

L’accusa fu di volgarità, irriverenza, blasfemia, di mancanza di rispetto verso i cittadini americani, in quanto contribuenti, il cui denaro, denaro pubblico, aveva finanziato il prestigioso premio di 15.000 dollari. E non solo.
Nel 2011, ad Avignone, in occasione dell’esposizione “I believe in miracles”, l’opera fu danneggiata da degli studenti che irruppero nella sere espositiva.
Ma sono davvero i valori fondamentali del credo religioso ad essere minacciati? O forse, piuttosto, la commercializzazione dilagante delle icone stesse?
L’opera di Serrano aprì un importante dibattito culturale, politico e sociale.
Non è questa fondamentale caratteristica dell’opera d’arte?

“The only message is that I’m a Christian artist making a religious work of art based on my relationship with Christ and The Church. The crucifix is a symbol that has lost its true meaning; the horror of what occurred. It represents the crucifixion of a man who was tortured, humiliated and left to die on a cross for several hours. In that time, Christ not only bled to dead, he probably saw all his bodily functions and fluids come out of him. So if “Piss Christ” upsets people, maybe this is so because it is bringing the symbol closer to its original meaning. There was a time prior to the 17th century when the only important art, the only art that mattered, was religious art. After that, there were very few contemporary art pieces that were considered both art and religious, and “Piss Christ” is one of them[2].”

 

Letizia Liguori

[1] web.csulb.edu/~jvancamp/361_r7.html
[2] Udoka Okafor, Exclusive Interview With Andres Serrano, Photographer of ‘Piss Christ’, in «www.huffingtonpost.com», 06/04/2014

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