Monthly Archives: May 2015

Punk Weekly #1 Brevi notizie dal mondo della musica.

  • By Punk Vanguard
  • Published May 31, 2015
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Le novità musicali della settimana. A cura di Peter N. Whelan.

– I Social Experiment, band composta da Chance the Rapper, Donnie Trumpet, Peter Cottontale e Lido, rilasciano gratuitamente il loro primo album.

– Con una settimana di anticipo A$AP Rocky lancia il suo ultimo album, “At.Long.Last.A$AP”, per RCA records, che contiene una carrellata di interessanti collaborazioni.

– I Neon Indian pubblicano una nuova canzone a quattro anni dal loro ultimo album ufficiale. La canzone anticipa l’uscita del loro prossimo album, atteso per la fine del 2015.

– I Bloc Party rilasciano sui loro social un video teaser dei lavori in corso in sala di registrazione iniziati a marzo.

– Il bassista dei Vampire Weekend, Chris Baio, ha rilasciato la prima traccia del suo progetto parallelo elettronico solista. L’uscita dell’intero album è prevista per settembre.

– I Disclosure rivelano (ha-ha) il secondo singolo estratto dall’album in arrivo il 17 giugno per PMR/Island, Holding On.

– Nuova traccia anche per gli FFS, super gruppo composto dai Franz Ferdinand e dagli Sparks. L’intero album è previsto per il 9 giugno.

– Il 12 giugno, invece, uscirà l’ampiamente annunciato ritorno di Giorgio Moroder, che come ultima anticipazione ha rilasciato un megamix dell’intero album.

– E sempre in tema di grandi ritorni, i Refused condividono la seconda traccia del loro quarto album, che uscirà giusto 17 anni dopo il terzo.

 

10 buone ragioni per guardare ORANGE IS THE NEW BLACK

  • By Punk Vanguard
  • Published May 29, 2015
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Sicuramente avrete sentito parlare del fenomeno di Orange Is The New Black – e se non l’avete fatto, tranquilli, vuol dire che avete una sana vita sociale non votata alla visione ossessiva di serie tv – e vi sarete chiesti se sia il caso di cominciare a vedere questo show americano. Sì, la risposta è sì. Perché? Beh, ad esempio perché…

  1. La stupenda Laura Prepon, che interpretò Donna Pinciotti nell’esilarante serie That ‘70s Show, è uno dei personaggi chiave della vicenda.
  2. È trasmesso in streaming su Netflix, un fantastico archivio virtuale di films e serie tv che si spera possa arrivare presto anche in Italia (le ultime voci parlavano dello scorso aprile, ma così non è stato).
  3. È basato su una storia vera, quella di Piper Kerman, raccontata nel suo libro Orange Is the New Black: My Year in a Women’s Prison.
  4. Il cast è quasi interamente composto da donne. Donne di tutti i tipi: giovani, anziane, benestanti, squattrinate, estroverse, fredde, madri, figlie, insicure, sfacciate. Come poche volte fino ad ora, i personaggi femminili non sono in minoranza e non sono ridotti al ruolo della fidanzatina.
  5. Le background stories sono raccontante in modo da dare un ruolo speciale ad ognuna delle donne, senza costruire una gerarchia nell’importanza dei personaggi, ma creando un micro-cosmo estremamente realistico e interessante.
  6. I personaggi sono realistici anche nella scelta multietnica che mette un punto alle produzioni in cui il personaggio non “bianco” rappresentava l’eccezione: americane, afro-americane, asiatiche, latino-americane, russe; Orange Is The New Black ha deciso di portare in scena un mondo reale, un mondo globale.
  7. Non avendo rotto gli schemi a sufficienza, lo show presenta una varietà di orientamenti sessuali e di genere che spazia da omosessuali a bisessuali, da transessuali a genderfluid, aprendo una finestra sul mondo queer al pubblico televisivo.
  8. Orange Is The New Black parla di cose importanti, dice cose scomode, apre gli occhi su realtà inascoltate: povertà, dipendenza da droghe, misoginia, omofobia, razzismo, scarsa istruzione, abbandono, corruzione, emarginazione. Problemi che in un ambiente come il carcere risultano forse amplificati, ma che esistono nella quotidianità di ognuno.
  9. Il cast, oltre che essere sublime nella recitazione, è anche un esempio di vita: Dascha Polanco (Dayanara Diaz) ha pubblicamente sostenuto l’importanza dell’autostima e dell’accettazione di sé; Laverne Cox (Sophie Burset, donna trans nel set e nella vita) lotta per il rispetto della comunità queer e per la rappresentanza dei transessuali – ed ha pure vinto un Emmy! -; l’intero cast ha partecipato attivamente alla parata del New York City Gay Pride di Giugno 2014.
  10. Il 12 Giugno è prevista l’uscita della terza stagione: avete due settimane per mettervi in pari!

 

Buona visione! #SorryNotSorry

Minerva Refur

TRAVEL JOURNAL #2

  • By Punk Vanguard
  • Published May 28, 2015
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Impressioni,culture,sapori e pezzi di mondo.
Scritture di una cosmopolita.

KØBENHAVN e MALMÖ – Vacanze di Pasqua: per me significano solo una cosa, partire. Il clima primaverile sta facendo sbocciare i fiori e le giornate si stanno allungando, ma io ho un po’ nostalgia dell’inverno perciò scelgo una meta il cui clima è tutt’altro che temperato: Danimarca.
Il volo la mattina presto è una condizione che normalmente non sopporto, ma sono andata al risparmio e perciò mi alzo controvoglia alle 4 di mattina per arrivare all’aeroporto di Copenhagen alle 9 circa. Non appena scendo dall’aereo vengo avvolta da un senso di tranquillità perché 1) sono finalmente a terra dopo un viaggio orribilmente tormentato e grazie a dio il mio aereo non è finito in un dirupo e perché 2) pur essendo un aeroporto affollato regnava un silenzio incredibile. In meno di un’ora raggiungo l’hotel dove mi rilasso un attimo prima di partire con la visita.

Mi trovo vicino Tivoli, uno dei quartieri che costituiscono il centro di Copenhagen famoso per i suoi giardini (che in realtà non sono proprio dei giardini ma è un parco divertimenti), dove a due passi si trova anche la Ny Carlsberg Glyptotek che raccoglie tantissimi pezzi di storia e di arte romana, egizia ed europea in generale. Anche l’architettura del museo in sé è molto bella, sale ampie e colorate in contrasto con i pezzi esposti. Al centro della struttura è presente un chiostro al coperto con tanto di aiuole che fanno spazio a una fontana neoclassica al centro.
Le statue neoclassiche sono le sculture che preferisco in assoluto, quindi sono rimasta seduta su una panchina a contemplare quella fontana per un buon quarto d’ora.
Mi concedo altri cinque minuti per studiarmi la cartina della città e poi decido: mi dirigo verso Christianshavn, un quartiere separato dal resto del centro da un canale ma facilmente raggiungibile anche a piedi, stesso quartiere che accoglie Christiania, una piccola città proclamatosi autonoma nei confronti del governo danese quindi autogestita dalle poche decine di abitanti. La cittadina si apre con un cartello di benvenuto e molti edifici tutti decorati da graffiti e murales di ogni genere, poster di propaganda anarchica, bancarelle con gli aggeggi più strani per fumare e sculture di materiali riciclati.

Giovani coperti fin sopra il naso (e non per il freddo) si aggirano tra i turisti cercando di appioppare qualche cavia per le loro vendite poco lecite. Odore di marijuana. Stacco un paio di poster colorati da un muro ed esco da Christiania. Mi prendo un caffè (ma potrei anche chiamarlo acqua sporca) e mi riavvio.

Ritorno dall’altra parte del canale e decido di camminare sul lungomare.É quasi ora di cena e mi fermo in uno dei tanti localini della zona di Nyhavn, antico porto di Copenhagen. C’è tantissima gente che cammina avanti e indietro sulle note di un sassofonista malinconico che suona la melodia di ‘Garota de Ipanema’ magari sognando il clima brasiliano. Come biasimarlo, ho le mani congelate.

Domenica, Pasqua. Oggi vado a vedere la rinomata statua della Sirenetta, protagonista del racconto dello scrittore danese Hans Christian Andersen. Attraverso tutta la città, sempre a piedi (sono convinta che spostandosi con i mezzi si perdono molte cose), fermandomi a guardare il cambio della guardia davanti il Palazzo Reale che trovo molto noioso. Proseguo ancora un po’ e sul lungomare vedo una gran folla. Tutti impazziti per la sirenetta! mi limito a una scattare una foto e me ne vado. Torno verso il centro ma il freddo continua a farsi sentire, perciò essendo nei pressi del Museo del Design ne approfitto per fare una pausa. Illustrazioni pubblicitarie e sedie riempiono i corridoi dell’edificio. L’aria è impregnata di un odore particolare di legno che dopo un po’ comincia a dar fastidio. Trovo il tutto molto interessante.
Fattasi una cert’ora decido di cenare per poi tornare in hotel.

Mi manca solo un giorno prima di fare rientro in Italia e non sapendo bene cosa fare mi informo un po’ su altre cose da vedere lì intorno: musei e solo musei. Che palle. L’unico che trovo più o meno interessante è il Rosenborg Slot, un’ antica residenza per le vacanze della famiglia reale. Ci faccio un salto dato che si trova vicino al mio hotel. Questa ‘villa’ mi appare di misure modeste, più di quanto mi aspettassi, ma ho da ricredermi non appena entro perché tutte le stanze sono  esageratamente decorate da affreschi e tessuti lussuosi, ritagli in oro e argento e “oggetti non del tutto essenziali”.
La stanza che più ha catturato la mia attenzione è stata quella dove sono conservati i gioielli della famiglia. In un seminterrato buio brillano tiare e corone ricoperte di zaffiri, diamanti e pietre tutte sbarluccicanti, tamarrate per intenderci, ma nel contempo affascinanti.

 

Nel pomeriggio decido di andare a Malmö, a mezz’ora di treno da Copenhagen, passando per il luuuungo ponte di Øresund. Malmö è una cittadina tranquilla e carina, sempre sul mare ma molto meno ventilata rispetto a Copenhagen. Passeggiando per le vie del centro leggo i manifesti cercando di capire qualche parola (???????????) ma vengo sempre distratta da qualche bel ragazzo che passa. Più cammino per le strade di Malmö, più mi rendo conto che gli svedesi godono di una combinazione genetica sorprendente!

Il solito repertorio di negozi si ripete, Zara, H&M, Foot Locker… Mi infilo in un bar e mi prendo un thè caldo e nel momento in cui il barista si accorge che sono una turista, comincia a comunicare con me a gesti e in un inglese incomprensibile. Ma sei carino, ti perdono.
Il timore di non beccare il treno giusto comincia a mettermi fretta. Mi sbrigo e corro in stazione passando per il porto, dove, anche lì, la tranquillità era all’ordine del giorno. Faccio qualche foto da brava turista. Poi salgo sul treno e, pregando sia quello giusto, ritorno.

København Hässleholm, azzeccato, sono salva. Scendo-hotel-valigia-dormo che domani alzataccia per tornare. Aeroporto-volo-casa.
Mi sei mancata Italia!
O magari no…

 

Cherol.

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Ackeejuice Rockers. Doppia intervista.

  • By Punk Vanguard
  • Published May 27, 2015
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Abbiamo intervistato King P ed Ali Selekta separatamente. Abbiamo chiesto qualcosa a riguardo della loro vita musicale passata, presente e futura. Loro sono gli Ackeejuice Rockers, hanno collaborato con Kanye West e Marracash, hanno conosciuto Diplo, fatto un tour in America, ed ora meritano la vostra attenzione.

A cura di Elliot Walker.
Riprese e montaggio video a cura di 42 Ph.

Com’è andato il tour in America? Avete trovato ciò che vi aspettavate?
Il Tour negli Stati Uniti all’ultimo è stato posticipato a causa di un infortunio che mi sono procuravo alla caviglia. Abbiamo deciso di non rischiare, spostandolo verso fine anno e di approfittare di questo periodo di stop forzato per chiuderci in studio.

Come siete riusciti a raggiungere Diplo (e Mad Decent)?
Già ai tempi di “Wade In The Water”, un pezzo moombahton/moombahsoul prodotto quasi tre anni fa, abbiamo ricevuto l’attenzione del team di Mad Decent, che lo pubblicò all’interno del loro Round Up.

L’anno scorso abbiamo incontrato un paio di volte Diplo, la prima a Milano a Radio Deejay, la seconda al WMC di Miami, condividendo con lui, Partysquad, Ape Drums, Branko e Jillionaire la consolle. Ci ha confidato che ha alcune nostre tracce nel computer e che le suona, così come ha fatto con “Gal On The Line”, l’ultimo pezzo dancehall/twerk che abbiamo prodotto e che ha inserito all’interno del mixato “Diplo & Friends” andato in onda lo scorso novembre per l’emittente radiofonica inglese BBC Radio 1.

Pregi e difetti tra il mondo musicale italiano e quello americano.
In Italia se fai una hit con una popstar sei un venduto, perdi peso “nella scena”, negli Stati Uniti fare una hit con una popstar è visto come una vera e propria opportunità ed un obbiettivo interessante da raggiungere.

In Italia se suoni a Milano una volta devi aspettare dei mese per poterci tornare, negli Stati Uniti puoi suonare il venerdì in un club ed il sabato in un altro club, della stessa città (tra l’altro possono essere anche una domenica ed un lunedì, che non è poco!).
In Italia devi catturare il pubblico con un tot di brani e remix conosciuti, per il pubblico statunitense la hit è un plus, ciò che conta è ballare e divertirti dal minuto uno a prescindere dalla popolarità della tracklist.
In Italia si è costretti a far oscillare un’entrata ad un party tra gli zero e gli 8 euro, negli Stati Uniti c’è spesso un giusto prezzo e la gente non si lamenta mai.

Miglior live americano?
Mi è piaciuto il set di Skrillex all’Ultra Music Festival con ospiti più che degni di nota, come Diplo, Kiesza, Puff Daddy e Bieber. Mi ha fatto muovere la testa dall’inizio alla fine.

Chi è King P senza Ali Selecta?
King P arriva dall’hip hop dei fine ’90, dal reggae e dalla dancehall. Quindi direi che quando mi approccio alla consolle da solo, ne esce un po’ di più la parte caraibica della Jamaica.

Ma in generale l’unione tra Ali Selecta ed il sottoscritto è nata proprio dalla necessità di condividere la musica che ascoltavamo. Abbiamo un sacco di punti di contatto a livello di gusti, arriviamo da background differenti ma amiamo gli stessi generi e li proponiamo in modo più o meno simile.


Di seguito la video intervista ad Ali Selekta.

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SUPERPOSITION, il nuovo EP degli I AM TITOR

  • By Punk Vanguard
  • Published May 26, 2015
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È l’alba. Il sapore dell’acqua salata ci raggiunge, trasportato dal vento freddo che spazza il bagnasciuga. Qui è dove ci siamo dati appuntamento con gli I Am Titor e con il loro nuovo EP “Superposition”. Qui è dove tutto ha inizio, è la madrepatria di questo album.
L’elettronica che questi giovani musicisti propongono ha qualcosa di mistico e sognante: dipinge paesaggi cosmici e ricorda molto, nelle sue sfumature, grandi band come Mogwai e Sigur Ros. 

Le quattro tracce di “Superposition” creano un unicum indivisibile attraverso il quale gli I Am Titor si raccontano in maniera onirica e surreale. L’aria è elettrica, in tutti i sensi; acida e a volte metallica, la melodia soffoca la voce e penetra nella mente, come un oppioide. Suoni di stelle che si accendono e si spengono ad intermittenza danno corpo a questo album, che sembra volerci indicare un passaggio tra le alture del subconscio.

La sperimentazione è totale, gli I Am Titor ci raccontano un mondo nuovo, il loro mondo, senza confini.

 

Shane McKeane

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Scarica le canzoni del nuovo EP in free download. 
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Immagini di Posso farti una foto?

May Collage. Sara De Meo

  • By Punk Vanguard
  • Published May 25, 2015
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Secret concert: Dead Western & Phill Reynolds

  • By Punk Vanguard
  • Published May 25, 2015
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Secret concert: Dead Western + Phill Reynolds – Libreria Zabarella, Padova, 27/04/15

Arrivo e la musica è appena iniziata. Il concerto è nella libreria Zabarella, un locale incastonato dentro al palazzo storico oggi sede del Centro Universitario.

La location è rimasta segreta fino a poche ore fa, come da regola per tutti i secret concert organizzati da www.everywheregigs.com .

Ad aprire è Phill Reynolds: brividi come al solito. Lui ho già avuto il piacere di ascoltarlo ad un altro concerto Everywheregigs assieme a Threelakes, sempre a Padova.
Senza insistere troppo sulla voce oggettivamente pazzesca che si ritrova, la parola che mi viene in mente mentre me lo vedo suonare davanti è: menestrello.
O storyteller se preferite, il senso è quello: è uno di quei musicisti che ti racconta di te stesso e ti costringe a guardarti dentro mentre ascolti, e il silenzio in sala durante i suoi pezzi sembra dar conferma del mio pensiero.

Dopo circa mezz’ora lascia spazio al collega, che parte a suonare dopo un breve soundcheck e pausa birretta offerta gentilmente a tutti ad uno degli ingressi della libreria.

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Dead Western è Americano: più nello specifico di Sacramento, California.
Forse a causa delle prime foto che google immagini propone di lui (vedi qui sotto), mi aspetto un tizio alquanto eccentrico, e come primo approccio resto un po’ delusa.

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Ma mi sbaglio. Il signore ben pettinato con la camicetta infilata nei levi’s blu basic inizia a cantare con quella voce che non si capisce da dove la stia tirando fuori e che accompagna con un repertorio di coerentissime facce da pazzo che mi fanno ricredere subito.
Questa volta, come (non) si vede dalla foto, le luci sono spente e l’illuminazione entra dalla strada. Ciliegina sulla torta: inizia a piovere!
Mi chiedo se il carissimo Simone Fogliata abbia organizzato anche questo.
I primi istanti di gioia per la perfezione dell’atmosfera lasceranno poi spazio alla disperazione dell’essere venuta in bici.
Ma questa è un’altra storia.

Gran bel concertino e complimenti a tutti

La prossima volta però qualcuno apra youtube che gliela mettiamo anche al buon Phill una playlist “rainymood” di sottofondo!

 

Serena Tempesta

MONDO NAIF

  • By Punk Vanguard
  • Published May 25, 2015
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Una lampada antiquata illumina grossolanamente la stanza. Le tende di velluto rosso nascondono la notte che, dittatrice, comanda la città. Un uomo, sulla poltrona di chintz, perde il suo sguardo nel fumo di un sigaro che, voluttuoso, raggiunge il soffitto, per poi dissolversi, invisibile. L’unico suo compagno è il suo giradischi.
Le note si mescolano al fumo. Appoggiata sul tappeto, ai piedi dell’uomo, riposa la copertina del vinile, raffigurante Belfagor, Hitchcock e un ippopotamo fluttuante. Il titolo dice “Mondo Naif – Turbolento”. Il viaggio è iniziato. 
Il disco si presenta con una traccia (“Non Tempo”) che cozza contro le pareti della stanza e fa tremare le librerie colme di sapienza e alta letteratura. Il suo stoner rock è travolgente e perfino il fumo del sigaro sembra rimanere catturato e tarda a dissolversi. L’atmosfera si scalda in un attimo e all’uomo pare di ritrovarsi in un girone dell’inferno dantesco, avvolto da melodie tracotanti e una voce arrogante e assuefacente.

L’opera continua in strumentale, con la voce che viene sostituita prima da un sassofono travolgente e inarrestabile (“Aquilone”) e poi da voci di bambini che chiacchierano accompagnate da un pianoforte apocalittico (“Per Sempre”) che lentamente accompagna l’uomo verso il cuore del disco.

La voce torna a fare da padrona e i successivi due brani (“THC”, “Scatole Magiche”) sono i migliori di tutto l’album. Grinta, irriverenza e ritmo incalzante accompagnano testi interpretati in maniera ruvida, a volte urlati, che parlano di passioni proibite e nascoste
La turbolenza è ormai incontenibile e l’uomo è incollato alla sua poltrona. Gli sembra di essere il Dottor Faustus e di aver fatto un patto con il demonio chissà quali poteri. Avvicinandosi alla conclusione dell’opera, nella stanza, infimmata più che mai, si presentano brani più pacati, a volte con melodie acustiche (“Verve”) e addirittura un pezzo di flamenco (“Vexilla Regis Prodent Inferni”). Sembrano una definitiva tregua alla frenesia: in realtà sono un originale preludio ad una conclusione epocale (“Belfagor”) che incarna tutto ciò che fino ad ora è stato raccontato tra quelle quattro mura di libri, poltrone di chintz e tende di velluto rosso. Lo stoner rock dei Mondo Naif nella sua più alta espressione, un brano finale di spessore che trascina via con sé in un Turbolento vortice di fiamme e non lascia scampo.

La poltrona è vuota, il giradischi inceppato, il sigaro è spento.

Shane McKeane

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Online Album (Dicschi Bervisti)

Immagini di Posso farti una foto?

Ecco il nuovo video firmato L’appeso Videoproduzioni

ART WEEKLY #7 RIRKRIT TIRAVANIJA

  • By Punk Vanguard
  • Published May 25, 2015
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RIRKRIT TIRAVANIJA

“Qui, nel museo, dove la forma è nata: non funziona più perché smette di essere efficiente nella sua inefficienza, che si oppone a un certo tipo di economia. Direi che questa forma, questo flusso può realizzarsi solo in uno spazio che sia costantemente sfuocato, in bilico tra arte e vita. La forma non si può localizzare nell’oggetto: quindi deve essere inefficiente in un certo senso, per indicare che avrà un sviluppo e un altro ancora.”

Hans Urlich Obrist, Intervista a Rirkrit Tiravanija, registrata in occasione della performance tenutasi alla Secessione di Vienna, nel 1997, prima tappa di Cities on the Move.

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New York, 1990.

Siamo alla Paula Allen Gallery, dove Rirkrit Tiravanija allestisce una cucina temporanea all’interno dello spazio espositivo.
Questa, Untitled (1990) è la prima performance dell’artista, che lo vede impegnato nel disporre piastra da cottura, pentole per il riso, ciotole, posate, un frigorifero e degli sgabelli all’interno della galleria.
Il menu offerto consiste in pietanze tipiche thailandesi, pad thai, ramen, zuppa tom kha.
Il fruitore è semplicemente invitato a servirsi e mangiare, mentre l’artista, successivamente accompagnato da dei collaboratori, cucina.
Il pasto è gratuito, offerto dall’artista, e condiviso, in quanto l’ambiente è quello di un buffet, dove protagonista è l’atto del mangiare collettivo.
Al termine del pasto, e della performance, la galleria chiude le porte e ciò che rimane a testimoniare e raccontare l’evento sono le stoviglie sporche, lattine di birra e coca-cola e tovaglioli unti.
Ma non solo.

L’aspetto fondamentale di questa performance è ciò che lascia a coloro i quali l’hanno vissuta, ovvero i sapori, gli odori, una prima sensazione di straniamento, le conversazioni tra sconosciuti e l’assetto fortemente relazione e cosmopolita dell’azione.

La galleria ora si fa cucina e salotto, un luogo predisposto all’esposizione di un atto intimo e privato come quello del pasto. La sala espositiva, nel dettaglio, diventa un’occasione, un momento-azione, di incontro, di creazione di relazioni tra l’artista e i commensali e i commensali stessi. Ciò che Tiravanija opera è un creare qualcosa con ciò che ha a disposizione, rinunciando, per così dire, alla poetica dell’oggetto in favore di un’esaltazione del momento della condivisione. Se l’oggetto cambia in base alla percezione che abbiamo di questo, cosa succede quando l’artista invita a sedersi e mangiare?

L’artista afferma che importanti sono le influenze buddiste, cultura che lo ha accompagnato fin dall’infanzia. “La società Thai è molto comune. Tutti sono fratello e sorella, tutti sono la madre e il padre, tutti sono una famiglia. L’ atteggiamento verso la vita è che esisti in una specie di famiglia.
La signora che vende generi alimentari è come una zia, l’uomo che spazza il pavimento è come uno zio, l’atteggiamento è quello del rispetto dell’altro in quanto è sempre presente nel tuo mondo e nella tua vita.”

Questo tipo di performance non vede lo spettatore passivo osservatore, fruitore silenzioso e sostanzialmente altro dall’azione.

Tiravanija cerca il coinvolgimento del pubblico, cerca di creare una reale ed istantanea relazione, fatta di odori, sapori, conversazioni, quali medium di un operare consapevole all’interno di un sistema saturo di immagini, oggetti, illusorie relazioni. Che cosa, se non il cibo, può realmente avvicinare?

“Lo stesso avviene con lo spazio privato. In maniera discreta, la sua scomparsa è contemporanea a quella dello spazio pubblico. Il primo non è più un segreto, il secondo non è più uno spettacolo. L’opposizione che li distingueva, interno ed esterno, che appunto descrivevano la scena domestica degli oggetti e quella dello spaio simbolico del soggetto, si è annullata a favore di una doppia oscenità attraverso la quale le dinamiche più intime della nostra vita vengono virtualmente date in pasto ai media.” (1)

Letizia Liguori

 

Fonti:
Brown, G., Rirkrit Tiravanija: other things, elsewhere, Flash Art, vol.27, no.177, pp.103–4, 1994
Bishop, C., Antagonism and relational aesthetics, October, vol.110, pp.51–79, 2004
(1)Hal Foster (a cura di), L’antiestetica. Saggi sulla cultura postmoderna, postmedia books, 2014, pp. 146-154

 

Ramon Maiden

  • By Punk Vanguard
  • Published May 22, 2015
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Questo ragazzaccio, personalmente, è un’artista che apprezzo molto. Scoperto da poco tempo, mi ha fatto amare una tipologia di disegno a cui non avevo dato molta importanza in precedenza e spero possa attirare anche la vostra attenzione.

I suoi pezzi ricordano quegli scarabocchi che facevate sui libri di scuola quando proprio non c’erano le forze per seguire le lezioni.

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Molto riservato e per nulla amante dei riflettori, si è fatto conoscere con le sue esposizioni al ’Shall Adore’ di Londra nel marzo 2014 e all’ ‘Ink Me’ nel dicembre 2014 per il Lay-Low Fine Art di Palma de Mallorca.

Nato negli anni ’70 e cresciuto nel quartiere operaio di Roquetas a Barcellona, Ramon Maiden, come si definisce nel suo sito è un ‘criminal dandy’, forgiato da una gioventù circondata da teppisti che non usavano commettere crimini nel proprio territorio mossi da uno spirito di solidarietà e cameratismo e per questo definiti ‘dandy’ (gentiluomini).

Fa i suoi primi passi nell’ambito artistico da autodidatta, non essendo amante dei luoghi comuni degli insegnamenti scolastici, in quanto ritiene non siano sostenitori del purismo artistico, riscoprendo una forte passione che racchiude molti aspetti che lo caratterizzano.

Da sempre ama viaggiare, e si può dire che New York sia la sua seconda casa. Ad ogni viaggio ama scoprire piccoli negozi caratteristici di chincaglierie, dove trova vecchi poster, cartoline, fotografie di personaggi storici e religiosi, che poi riporterà in vita trasformandoli in moderne bellezze mistiche completamente tatuate.

Capovolge e ridefinisce il vecchio ritrovandosi molto nella definizione da lui spesso citata di Oscar Wilde: “l’unico dovere che abbiamo nei confronti della storia è quello di riscriverla’’.

Le sue influenze artistiche sono molto varie, spaziano dal fumetto underground alla cultura pop americana, dal surrealismo alle illustrazioni della scuola ceca modernista, dall’arte sacra agli illustratori moderni come Dr. Lakra, Chris Cleen, Lola Garcia e Ryan Mason.

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Da sempre ribelle Ramon crea opere che invitano al dibattito e creano controversie, come le rivisitazioni di Gesù e la Vergine Maria, seppur lui non sia alla ricerca di nessuna reazione contrastante da parte del pubblico.

La sua arte è segnata dalla forte influenza religiosa famigliare e dalla grande passione per i tatuaggi di cui lui stesso è coperto e che ama definire come una mappa della sua vita che ricorda i posti più cari e le esperienze che l’hanno segnato.

Ma Ramon non si limita ai cartacei, vantando una vasta collezione di mani in plastica e legno tatuate con il suo tipico stile con cui crea dei pezzi totalmente unici utilizzando semplici penne bic o indelebili.

Potete trovare tutte le sue opere nel suo blog personale (http://blog.ramonmaiden.com)

Giada Girardi

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GONZAGA

  • By Punk Vanguard
  • Published May 21, 2015
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Sembra di tornare ai primi anni 2000, dove il gusto per il futuristico e per l’interstellare era assai diffuso, anche nella musica. Copertine di album con robot, astronavi, pianeti e un gusto particolare per l’arrangiamento elettronico.

Sembra di tornare ai primi anni 2000 ascoltando l’alternative rock dei Gonzaga, trio lucchese che, appunto, sembra molto ispirato dalle produzioni di quei periodi.

Nei loro primi anni di attività vittorie di festival, premi della critica e riconoscimenti di livello nazionale generano grandi aspettative per questi ragazzi, che rispondono pubblicando il loro primo e, fino ad ora, unico EP, “La Manovra di Valsalva” (dicembre 2013).

Sonorità mature, in uno stile che ricorda quello dei Placebo, condite da accenni elettronici o sottofondi acustici, fanno da impalcatura ad una vocalità di spessore, che interpreta al meglio il tono drammatico dei testi. “Astronauta” è una vera preziosità, mentre “Hovistounmostroinfondoalmare” e “Lasciami Nuotare Dentro l’Universo” raccontano il lato più oscuro, sperimentale e originale dei Gonzaga.

Senza paura vogliamo annoverarli tra i migliori esponenti alternative italiani emergenti.

Con un biglietto da visita così, folle sarebbe non ascoltarli.

Shane McKeane

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Vicenza on the Mic Pt.2

  • By Punk Vanguard
  • Published May 21, 2015
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“Spingo la merda da Vicenza”
V*******o – SNOT

SNOT, muco, moccio ma anche individuo spregevole oppure uno dei più talentuosi gruppi attivi nel vicentino.

Gruppo formatosi a Montecchio Maggiore (VI) nel 2006 dal duo Divieto e Whity, nel 2010 la formazione si amplia con l’arrivo dell’ MC Reo, già collaboratore e artista attivo nella scena.
Nei primi mesi del 2011 vede la luce il loro primo album “ThisiSNOTreal”, 11 tracce + una bonus, e, al Mic il trio, con la partecipazione di Santiago MindFu, Zethone (Sweet Poison), Princeskin e Diego Spagnolo; alle produzioni Penta, DJ MS (Beats4Breakfast), Reo, Giec Riot Soup (Superficie Ruvida). Agli ottimi scratches ricordiamo nuovamente DJ MS.
Nel compact disc troviamo un alternanza di canzoni taglienti ed incisive a traccie più tranquille e riflessive, in ogni caso sempre complesse e profonde, spesso attraverso l’utilizzo di giochi di parole e magari anche di citazioni (una su tutte, da ricordare, è quella del leggendario Mark Renton).

Clumsy Rodriguez

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Intervista ai Venus In Furs

  • By Punk Vanguard
  • Published May 21, 2015
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Eclettici e variopinti. Un paio di aggettivi che calzano a pennello ai Venus In Furs, band di ventenni pisani che fa dell’indie garage la propria bandiera.
Rivisitano lo stile di Jack White e degli Arctic Monkeys, inserendo violino elettrico e organo, in un mix tutto loro che sa di fresco.

Nel loro palmares vantano il primo posto all’Italia Wave e al Lucca Summer Festival, oltre che comparse su riviste italiane e europee del settore.
Con collaborazioni del calibro di Zen Circus e Pan Del Diavolo, e con un tour peninsulare in corso, i Venus In Furs hanno già 2 dischi all’attivo, “Siamo Pur Sempre Animali” (ottobre 2011) e “BRA! Braccia Rubate All’Agricoltura” (aprile 2013), entrambi per l’etichetta Phonarchia Dischi.

I testi raccontano le paure giovanili nei confronti del tenebroso 21 secolo, senza mancare di ironia; tracce come “Io Odio Il Mercoledì” ti rimangono in testa e finché non le ascolti un’altra volta non trovi pace. Geniale anche il video ufficiale di “Nel Nome Del Padre”, traccia acustica con contrabbasso e violino, girato sul bus del city sightseeing di Pisa.


 

Ecco la nostra l’intervista.

Perché avete scelto il titolo di una canzone dei Velvet Underground come nome della band?
Eravamo molto giovani, suoniamo insieme da quando eravamo ragazzini. Era il 2006 e stavamo facendo un cambio di formazione, introducendo per la prima volta il violino… Ricordiamo l’entusiasmo. Ci aveva molto colpiti la viola di John Cale su Venus In Furs dei Velvet Underground, così gli abbiamo reso omaggio, anche se in realtà il nome lo abbiamo scelto anche per il libro di Leopold Von Sacher-Masoch, dal quale ha preso ispirazione Lou Reed per il brano.
Quali sono le vostre influenze musicali?
Ah di influenze musicali ne abbiamo tantissime, ognuno di noi ha ascolti diversi, che alla fine confluiscono in un modo o nell’altro all’interno della nostra musica. In linea di massima ci piace molto la formula stilistica del riff, del rock nudo e crudo… Mentre dal punto di vista lirico non possiamo non ispirarci alla grande tradizione cantautorale italiana. Per citarne alcuni, Claudio ad esempio adora i Black Keys, i Flaming Lips, Jack White, nonché cantautori come Celentano, De André e Buscaglione; Marco apprezza molto tutta la scena Motown (Marvin Gaye, Stevie Wonder ecc..), trip hop (Portishead, Massive Attack ecc…), ma anche band come i Queens Of The Stone Age ed i Soul Coughing; Giampiero ha una propensione verso i Tame Impala, i Flaming Lips, i Vanilla Fudge, i Pink Floyd ed il rock psichedelico in generale; Giovanni dopo aver lottato contro il suo passato da metallaro è ora un grande amante dei Led Zeppelin, dei Black Keys, dei Queens Of The Stone Age e dei The Roots.
Che evoluzione musicale c’è stata dal vostro punto di vista da “Siamo pur sempre animali” a “Bra!”?
Diciamo dal punto di vista dell’impatto e dell’immediatezza.
“Siamo Pur Sempre Animali” è stato il nostro disco d’esordio, l’accoglienza e le recensioni sono state ottime. Ma abbiamo affrontato in quel momento un cambio di batterista che ci ha portati a rallentare i lavori. Con “BRA!” volevamo recuperare una dimensione più veloce, immediata, d’impatto e che fosse al passo coi tempi: ecco perché abbiamo scelto il formato Key-Play USB (una vera e propria pennina), dove la musica, diretta e d’impatto, è integrata con contenuti video e fotografici.

Dando un’occhiata alla vostra biografia si legge che avete vinto alcuni premi musicali, collaborato con grandi nomi della scena musicale italiana e, a vedere dal numero cospicuo di date, siete sempre in tour. Si può dire che vivete di sola musica?
Nel senso “romantico” del termine possiamo risponderti di si. Nel senso economico…Magari amico mio, magari!!! Purtroppo il mondo della musica, come tanti settori di questi tempi, è in crisi profonda. Tanto per fare una citazione, siamo una generazione di “musicisti contabili”. Alla fine a noi va meglio che ad altri, come dici tu noi ci diamo da fare e non stiamo mai fermi. E la speranza è quella di incrementare sempre di più il numero dei concerti e del lavoro in questo campo.
Volete anticiparci qualche progetto futuro da salvare in memoria?
Beh, di immediato c’è il tour che ci vedrà in giro per tutta la Penisola. Dopodiché ultimeremo le registrazioni del nuovo disco, che ci sta convincendo sempre di più, man mano che procede. E poi ci saranno altre cose, ma non vi sveliamo le sorprese!

Shane McKeane & Elliot Walker

TRE, il nuovo video dei VIRGO

  • By Punk Vanguard
  • Published May 21, 2015
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VIRGO, rock band italiana, attiva da qualche anno sulla scena indipendente locale, irrompe già dagli inizi con la vittoria di “Rock Targato Italia” nel 2010.
L’album d’esordio “L’appuntamento” è composto da varie sfumature sonore, sostenute da tematiche di forte impatto evocativo nella pura tradizione del rock italiano.

Dopo i singoli “L’appuntamento” e “Non ti sogno più”, i VIRGO si apprestano a lanciare “Tre”, brano aggressivo e diretto, contornato da un video dallo stile minimalista e da tinte offuscate.

Ecco come raccontano il loro video, sotto la regia di Filippo Leoni:

“Il video è ambientato in uno spazio aperto, un posto scarno e privo di dettagli per nostra precisa scelta, in cui abbiamo cercato di rappresentare un brano che manda un messaggio diretto e conciso, senza inutili giri di parole.

Tre parla di un litigio che non va a buon fine, affrontato solo per il gusto di farlo. Esistono momenti in cui la pace ed il buonumore sono solo comodità che annullano lo sfogo.

Le sonorità crude e vetrose del brano ruotano intorno ad un’aggressiva immediatezza con rari episodi di quiete che fanno da sfondo a riferimenti stoner e blues.”

Conclusione? Un ottimo e maturo lavoro degno di nota, minimal ma graffiante, sia dal punto di vista visivo che sonoro.
Let’s rock!

E.W.

Posso dormire sul tuo divano?

  • By Punk Vanguard
  • Published May 21, 2015
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Avete voglia di farvi una vacanza low cost, diversa e emozionante? Se la vostra risposta è sì, il couchsurfing è quello che fa per voi.
Www.couchsurfing .org  permette di trovare persone che offrono un piccolo spazio di casa, anche un semplice divano e lo mettono gratuitamente a disposizione dei viaggiatori.

Sicuro, gratis e efficace, il sito, nato nel 2004, offre  possibilità di alloggio in tutto il mondo grazie a più di un milione di iscritti.

Non pensate però che spostarsi così sia solo un modo per risparmiare! Lo spirito del couchsurfing è molto più profondo. La maggior parte delle persone che lo praticano lo considerano un vero e proprio stile di vita non avendo, appunto, come scopo principale il viaggiare a costo zero.

“La missione della nostra organizzazione è fare in modo di creare esperienze che siano fonte di ispirazione per il futuro grazie ad incontri tra persone che appartengono a culture diverse che allo stesso momento sono divertenti, coinvolgenti e illuminanti.“

(da www.couchsurfing.it)

Vivere anche per poco tempo nella casa di uno sconosciuto è emozionante nonché coinvolgente ma, soprattutto, permette di scoprire la vita attraverso altri occhi, di integrarsi completamente in un luogo, poiché si vive anche la vita quotidiana.

Il couchsurfing amplia e consolida la fiducia nel prossimo, il fare nuove amicizie, l’avere contatti in tutto il mondo, il divertimento. Permette di sentirsi meno soli e di ambientarsi velocemente, e perché no, magari trovare qualcosa di più di una semplice amicizia.

È ciò che fa per voi se siete spiriti avventurieri e dinamici con la voglia di viaggiare in maniera non tradizionale alla scoperta di luoghi, usi e costumi dei vari paesi.
Vi farebbe invece piacere conoscere nuove persone senza rinunciare alle comodità di casa vostra?
Allora perché non offrire un rifugio a qualche viaggiatore?

Basta anche un piccolo giardino dove poter mettere una tenda e il gioco è fatto!
Iscrivetevi, da azioni semplici possono nascere grandi possibilità.

Zulejka J. Moss

ART WEEKLY #6 ROBERT MORRIS

  • By Punk Vanguard
  • Published May 21, 2015
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Robert Morris

“L’esperienza dell’opera si fa necessariamente nel tempo. Alcune di queste nuove opere hanno ampliato i limiti della scultura, mettendo maggiormente l’accento sulle condizioni in cui alcune specie di oggetti sono viste. L’oggetto stesso è accuratamente collocato in queste nuove condizioni, per non essere niente di più che uno dei termini della relazione. Ciò che importa ora è giungere a un maggior controllo dell’intera situazione e/o un miglior coordinamento. Questo controllo è necessario, se si vuole che le variabili-oggetto, luce, spazio e corpo umano- possano funzionare. L’oggetto propriamente detto non è divenuto meno importante. Semplicemente non è sufficiente da solo. Prendendo posto come un elemento dagli altri, l’oggetto non si riduce ad una forma spenta, neutra, comune, cancellata. Il fatto è di dare alle forme una presenza che è necessaria, e senza che questa domini o sia compressa, presenta molti altri aspetti positivi che devono essere ancora formulati.”

Untitled (1965), di Robert Morris, si configura come una difficile esperienza di forme elementari, in quanto, come osserva lo stesso artista “la semplicità della forma non si traduce in un’eguale semplicità nell’esperienza.”

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Gli elementi messi in gioco da Morris sono elementari, ovvero forme semplici, geometrie identiche tra loro ma collocate in uno spazio con il quale dialogano, ponendosi e ponendo una relazione.

“Poco importa, infatti, che si capisca perfettamente che le tre L sono identiche; la prima è in piedi, la seconda coricata su un lato e la terza poggia sulle due estremità: è impossibile percepirle come uguali. La differente esperienza che viene fatta di ogni forma dipende evidentemente dall’orientamento delle L nello spazio che dividono con il nostro corpo; così, la taglia delle L cambia in funzione della relazione specifica tra l’oggetto e il suolo, in termini di dimensioni globali e in termini di raffronto interno tra le due braccia di una data L.”

Queste forme possono essere guardate da più punti di vista e quindi la loro collocazione gioca un ruolo fondamentale, in quanto va a “modificarne” l’identità formale agendo sulla nostra percezione, facendo sì che l’oggetto della visione diventi oggetto di esperienza, ponendosi in relazione con lo spazio che occupa e con il soggetto che lo osserva. Ciò che l’oggetto sembra mettere in atto è una esperienza di compresenza tra sé, come oggetto di esperienza, e noi, soggetti di questa, in un’azione di strutturazione percettiva della forma. Queste forme si ripetono, identiche, in serie, eppure non vengono e verranno percepite come tali, proprio perché l’esperienza di queste dipende dai nostri stessi moti del corpo, dalle posizioni che assumiamo in atto di visione e scoperta del dato formale ed esterno a noi.  La geometria di questi oggetti-sculture, la loro dimensione e la serialità in cui vengono prodotte e realizzate, in aperto contrasto con le tradizionali tecniche artistiche ed in favore di quelle della produzione industriale, cercano di neutralizzare qualsiasi apporto emotivo o caldo nell’opera.

Una sorta di “ciò che vedi è ciò che vedi”, invocando quella letteralità cara al Minimalismo e che voleva dichiarare la predominanza della lettera, della forma, dell’evidenza allo spirito, al caldo, all’emozione.

Eppure queste forme giocano con noi una partita aperta:
ciò che vediamo è ciò che vediamo, ma ciò che percepiamo, la nostra personale dimensione d’esperienza, è connotata da una serie di variabili non formalizzabili, neutralizzabili,  e quindi potremmo dire che questi oggetti si danno a noi nei termini in cui noi ne facciamo esperienza, e seppur identici ci appariranno diversi, nello spazio e nel tempo.

Fonti:
http://whitney.org/
Georges Didi-Huberman, Il gioco delle evidenze. La dialettica dello sguardo nell’arte contemporanea, Fazi, 2008

Letizia Liguori

ART WEEKLY #5 JENNY HOLZER & BARBARA KRUGER

  • By Punk Vanguard
  • Published May 21, 2015
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Jenny Holzer

Sei responsabile del significato delle cose.

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Lavorare con il linguaggio è pratica oramai riconosciuta ed incredibile fonte di sorprese.
Le parole, da sempre, transitano, rivelano mondi accessibili e l’inaccessibilità degli stessi, un gioco di rimandi in cui lo scacco è rappresentato dalla stato di consapevolezza con il quale ci si approccia a queste.
La serie “Truism”, 1977, di Jenny Holzer questo fa, apre un confronto diretto tra la parola e il segno, tra l’immaginario mediale e le sue insinuazioni.

L’artista ha dichiarato che le origini del concetto di “Truisms” si possono far risalire agli anni 1976-7, quando frequetava gli Indipendents Studies al Whitney Museum.

 “The ‘Truisms’ series is partially a response to a wonderful reading list in the Whitney program. It included numberless books, all of which were heavies, so just the prospect of wading through them was enough to make me do Jenny Holzer’s Reader’s Digest version of Western and Eastern thought. I loved all these great thoughts on Western culture, but I figured I was reasonably bright and reasonably well-educated, and if I couldn’t plow through it, certainly a lot of other people couldn’t either. I realised the stuff was important and profound, so I thought maybe I could translate these things into a language that was accessible. The result was the ‘Truisms’.”

Si tratta di messaggi brevi, frasi dal sapore popolare, il cui senso è volutamente contraddittorio, minacciando l’apparente tranquillità con la quale guardiamo ai cartelloni pubblicitari o ai volantini sparsi per le strade. Queste frasi sono accattivanti, dal grande potere ipnotico, difatti Holzer è questa che vuole, catturare l’attenzione dello spettatore. Gran parte del suo lavoro è progettato per spazi pubblici, spazi che accolgono i suoi Truism così come le sgargianti pubblicità del “Paghi 2 compri 1” o “Svendita totale!”.

Holzer scrive su tutto, dalla guerra al cibo, dalla politica a considerazioni etiche e morali. Parla schietta e diretta a colui che legge, lasciando alla parola, stampata o video, le luci della ribalta. L’artista cerca l’anonimato, il suo linguaggio è il nostro linguaggio, ma l’operazione di messa in mostra sconvolge la realtà di cui è messaggero, il pensiero, e la realtà a cui siamo assuefatti, quella dell’immagine.

Generare odio, indifferenza, approvazione, sbigottimento? Sì.
Mettere in relazione questioni di stampo etico e la responsabilità di scegliere? Anche.

“Si può immaginare che una verità lapalissiana sia una credenza sintetizzata. E si può anche pensare che le credenze siano alla base dell’azione.” 

“Painting was falling away by the time I went to the Whitney. I’d been doing projects outdoors for the public. I made pigeons eat geometry by putting bread out in rhomboids and triangles. I don’t know if this activity made sense, but the work was available. And I ripped my paintings and left long colored ropes at the beach for people to puzzle over. I was working outdoors, but I didn’t have any language, any clear content outside yet. Words arrived when I started to write on my paintings inside my studio. All that was in Providence, Rhode Island, before I moved to New York, where writing came to the fore. I used language because I wanted to offer content that people—not necessarily art people—could understand.”

Fonti:
http://www.interviewmagazine.com/art/jenny-holzer
http://www.tate.org.uk/
Alfano Miglietti Francesca, Identità mutanti. Dalla piega alla piaga: esseri delle contaminazioni contemporanee, Mondadori, 2004

Barbara Kruger

Your body is a battleground.

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Opera senza titolo di Barbara Kruger, creata in occasione della marcia tenutasi il 9 aprile del 1989 a Washington, dove 500.000 donne marciarono per manifestare il proprio dissenso nel confronti delle leggi antiaborto e proclamare il proprio diritto di scelta.
Si tratta di una fotografia in bianco e nero, dove il volto femminile è diviso sull’asse centrale creando un gioco di positivo e negativo, sopra il quale si stagliano i blocchi rossi con testo in bianco, “YOUR BODY IS A BATTLEGROUND” e le informazioni sulla manifestazione.
Le due metà dell’immagine evidenziano le idee di “positive contro negative, bianco contro il nero, il bene contro il male “. Ma cosa è giusto e sbagliato in una società che utilizza il corpo come moneta di scambio e che lo assurge a vuoto vessillo?

Eppure la Kruger dice che il tuo corpo è una campo di battaglia, e lo dice facendo proprio una stereotipo visivo, questo volto femminile dal look anni Cinquanta, in una fotografia-manifesto dai toni accattivanti della pubblicità.
Certo, il corpo femminile nel contesto femminista non vuole essere l’oggetto dello sguardo maschile, si dichiara indipendente e forte della propria individualità.
Ciò che l’artista opera, utilizzando il medium fotografico e il fotomontaggio, è un intervento critico: stimola visivamente il pubblico, propone un’immagine seducente e la fa circolare negli spazi urbani, con un’azione invasiva al pari della comunicazione pubblicitaria.

L’immagine della Kruger è un’immagine facilmente riconoscibile, declinata secondo una retorica diretta, immediata, così come il linguaggio che utilizza, secco e rigoroso.

L’artista lavora con parole e immagini, sfida il senso comune per attivare nel pubblico coscienza critica, la messa in discussione di ciò che massivamente si impone nel quotidiano,

“Sai perché il linguaggio si manifesta in quel modo nel mio lavoro? Perché io capisco quanto siano brevi i momenti di attenzione. Ho una ridotta capacità d’attenzione. Quando guardo la televisione penso che le pubblicità non dovrebbero durare più di dieci secondi. Credo ci siano molti modi di essere rigorosi e chiedo alla gente di essere rigorosa nei complimenti come nelle critiche.

Un testo breve significa tagliare il superfluo. Mi rivolgo alla gente in maniera molto diretta.

Cerco di affrontare le complessità del potere e della vita sociale e, a seconda della presentazione visiva utilizzata, cerco di evitare livelli di difficoltà troppo alti.  Voglio che la gente sia attirata nello spazio dell’opera e molta gente è come me, ha una soglia di attenzione molto bassa, quindi non mi lascio scappare l’opportunità.

Credo di aver sviluppato delle abilità linguistiche per difendermi. E’ quello che devono fare le ragazze invece di tirare fuori il fucile.”

Il lavoro di Kruger è un racconto? L’utilizzo delle immagini lo rende effettivamente facilmente fruibile?Immagini e parole, poi, se accostate o messe in relazione, in un contesto di squisita contestazione politica, non risultano invadenti e raffinate?

Fonti:
http://www.arthistoryarchive.com/arthistory/feminist/Barbara-Kruger.html
Emanuela De Cecco e Gianni Romano, Contemporanee.Percorsi e poetiche delle artiste dagli anni Ottanta a oggi, Postmedia, 2002

Letizia Liguori

ART WEEKLY #4 ANA MENDIETA

  • By Punk Vanguard
  • Published May 21, 2015
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Ana Mendieta

“Feminism is an ideology, a value system, a revolutionary strategy, a way of life”.

Ana Mendieta.
Americo-cubana.
1948-1985.

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Gli anni Sessanta e Settanta si configurano come un convulso fagocitare e come una categorizzazione a priopri di ciò che è donna e femminile.

Le artiste femministe esprimevano l’ideologia femminista attraverso svariati media e prassi artistiche, e Ana Mendieta trova in questo sistema di riferimenti, non necessariamente situato in una sola forma, media o pratica, contiguità con il proprio lavoro.

Rape Scene (1973), che è parte di una serie di tre lavori realizzati nel 1973, si inserisce nel discorso femminista che mostra e condanna la violenza sulle donne. Questo lavoro nasce da un fatto di cronaca, lo stupro di una studentessa nel campus dell’Università dell’Iowa. Mendieta crea una scena che si riferisce direttamente alle implicazioni dello stupro, una tragedia che incombe soprattutto sulle donne, utilizzando come sito d’azione il suo appartamento e il proprio corpo come soggetto di indagine.

L’artista afferma: “A young woman was killed and raped and killed at Iowa in one of the dorms, and it just freaked me out. So I did several rape performances-type things at that time using my own body. They were tableaux […] So I guess that was the first kind of way in which I started using my body and doing something […] I did something that I believed in and that I felt I had to do.” 

Il tableaux, come Mendieta definisce a posteriori, fu creato sotto lo sguardo attento dei suoi compagni di corso ma, nei seguenti lavori, l’artista non coinvolgerà più direttamente il pubblico.
La scena così concepita si configura come un’arte di stampo comunicativo, che coinvolge la presenza dello spettatore come parte dell’azione.

Mendieta invitò amici e altri studenti nel suo appartamento di Moffit Street ad Iowa City.
Gli ospiti al loro arrivo trovarono la porta socchiusa: l’unica luce nella stanza buia illuminava l’artista, nuda dalla vita in giù, coperta di sangue, china e legata al tavolo. Il pavimento era coperto di sangue e piatti rotti.
Mendieta qui scava nell’immaginario individuale e collettivo, ponendo l’osservatore di fronte ad una situazione tragica, indesiderata, che si rifiuta di vedere ma che tuttavia avviene spesso.

L’ artista si confronta con un dolore che è generalmente nascosto, socialmente trattato nei limiti del tabù, ed è la brutalità messa in scena a determinare la dissoluzione dell’individualità, divenendo vittima anonima. Il volto è nascosto, sono il corpo ed il sangue a veicolare un messaggio di verità, impegnando l’osservatore a identificarsi con la fragilità del corpo violato, torturato, e che allo stesso tempo rende complici del delitto al punto che, come membri del tessuto sociale, non ci impegniamo nell’ affrontare queste situazioni.
L’azione coinvolge un piccolo gruppo di persone che, attorno all’artista, discutono dell’argomento e delle sue implicazioni per la durata di circa un’ora, mentre Mendieta rimane china con le mani legate da corde. In questo lavoro, come in molti della sua produzione, gli esercizi attuati nell’ azione dimostrano che la pratica artistica ha senso solo se pienamente coinvolta nel processo di invettive della società.

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Sulla stessa linea sono le altre opere della serie indicate come Moffit Building Piece (primavera del 1973), in cui dal fondo della porta di una casa che si affaccia sulla strada scorre del sangue che i pedoni vedono ma ignorano, e Rape (1973, fig. 10), in cui Mendieta, in un luogo appartato di Iowa City, appare riversa su un tronco e apparentemente morta, per la posizione del suo corpo.

In tutte queste opere la questione centrale è l’affermazione della violenza, dei gesti che ne connotano la ferocia e delle implicazioni fisiche e sociali che comportano.

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Mendieta si trasferisce a New York nel 1978 e si unisce al collettivo artistico A.I.R., associazione di artiste femministe di New York.

“It is undeniable that Mendieta was active within A.I.R. for several years; however, her commitment to A.I.R.’s feminist politics is still somewhat contested”.

Il collettivo A.I.R. fornisce all’artista una piattaforma su cui esporre il proprio lavoro, così come una rete fondamentale di sostegno per la sua sperimentazione artistica, e qui realizza le prime personali.
Di fatto l’artista si sentì insoddisfatta da questo gruppo che lei stessa identificava come “bianco” e non attivo su tutto il fronte femminile.

Ana nel 1982, nel turbinio di attività promosse da donne di colore, si dimette da A.I.R.

Mendieta parla a tutte le donne, a tutti coloro sentano un forte senso di sradicamento e subiscono violenza, non dell’essere essenzialmente femmina. Oggi, come si può essere femministe? Ha ancora senso questo termine “femminismo”?

Letizia Liguori



ART WEEKLY #3 HERMANN NITSCH

  • By Punk Vanguard
  • Published May 21, 2015
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Il Rito della consapevolezza: Il teatro dei sei giorni di Hermann Nitsch

ART WEEKLY #2 ARMAN LE PLEIN

  • By Punk Vanguard
  • Published May 21, 2015
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Arman Le Plein

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Nel 1947, a Nizza, Armand Pierre Fernandez e Yves Klein, entrambi diciannovenni, si conoscono ad una lezione di judo.

Ha inizio così una profonda amicizia, tanto che, nel 1960, in risposta all’installazione dell’amico The Void, Arman (nel 1957 un errore di stampa su un manifesto omette l’ultima lettera del suo nome, così l’artista lo sceglie come pseudonimo) espone Le Plein, sempre alla  Galleria Iris Clert, per una durata di dieci giorni.

“The event that will singled it out, is LE PLEIN, is the FULL UP.
With the help from MARTIAL RAYSSE, Arman fills up the IRIS CLERT gallery, 3 rue des Beaux Arts in Paris for an openning on october 25th 1960.
They pile up all kind of objects such as old records or defective lamps before realizing that filling the gallery will require a hefty volume of objects difficult to gather. Therefore, they contacted the Abbé PIERRE (a famous french catholic priest who took in charge and helped the poors and provided them some work thru his association: Emmaüs) and asked him some old pieces of furniture.”

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L’invito per l’apertura della mostra venne concepito come una scatola di sardine riempita di rifiuti e contenente un testo del critico d’arte francese Pierre Restany:

  “A major event at Iris Clert ‘s in 1960 gives to the New Realism its architectonic dimension. In such a context, the fact is quite important. Up until now, no move of appropriation at the antipode of emptiness had encircled so closely the authentic organicity of contigent reality”.

Arman, conclusa la mostra, scrive alla sua prima moglie  Éliane Radigue:

I want to make some” full up ” in the world and, supreme maieutic for me, i want to help bring to birth some of these sweet and formidable animals nestled in a restricted space and ready to devour a sugar candy-  hands raise up, everybody takes away what pleases them and in spite of these small amputations, he is always well full and beautiful. There were some who exorcized his presence by trying to“surrealize”him, he didn’t care and through this very attitute was unattackable because where can you find the intention ? in a big animal with no end to start with?  And after this to change space, I’d like one day to make a “heap” in the open air, people would come to draw anything they like a car, a scooter, a gold bar, cigarette butts, a razor etc etc etc…” And me, I lean forward to draw from you some of this love.

I’m soooo hungry for, Arman.

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La pratica artistica di Arman si presenta come pratica di accumulazione e quantificazione.
L’artista assembla quegli oggetti che la società rifiuta, getta, dimentica o considera di poca importanza, quegli oggetti di cui il quotidiano abbonda e trabocca, rendendoli di difficile smaltimento.
Arman dignifica l’oggetto di consumo, lo preleva dal proprio contesto e ne restituisce rispettabilità.
La sua ricerca indaga Il Pieno, e tre sono i momenti fondamentali di cui la sua pratica è costituita: l’appropriazione, l’assemblaggio e la presentazione finale come opera d’arte.
La galleria era fisicamente colma d’oggetti e di spazzatura; qui, lo spazio sacro dell’arte, viene riempito di tutto ciò di cui il quotidiano si nutre ed espelle, quella cultura del consumo incontrollato.
I quesiti posti dall’artista interessano proprio la società dei consumi: le sensazioni di indifferenziazione, di isolamento, dell’essere e dell’apparire, dell’avere a tutti i costi.
Dunque, di che cosa, alla fine, abbiamo bisogno?

Letizia Liguori

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Art Weekly #1 YVES KLEIN

  • By Punk Vanguard
  • Published May 21, 2015
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Lo spazio del vuoto metafisico.

1958.
E’ il 28 aprile, ci troviamo a Parigi, alla Galleria Iris Clert per l’inaugurazione di “Le Vide, ou la sensibilité picturale à l’état de matière première” di Yves Klein.

“Iris Clert vi invita ad onorare, con tutta la vostra Presenza emotiva, l’avvento lucido e positivo d’un indubitabile regno del sensibile. Questa manifestazione di sintesi percettiva sancisce con Yves Klein la ricerca pittorica d’un emozione estatica ed immediatamente comunicabile.
Lunedi, 28 aprile 1958, h. 21 , Iris Clert, 3 rue des Beaux-Arts, Paris”[1].

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Yves Klein allestisce l’intero spazio della galleria, che si presenta piccolo, con ingresso e vetrina che danno sulla strada.
In 48 ore l’artista elimina tutto l’arrendamento e dipinge di bianco le pareti interne, e di blu la vetrina ed il lucernaio.
Inviati tremilacinquecento inviti, viene prevista anche una specie di carta d’ingresso gratuito, senza la quale si è tenuti a pagare $ 3.00 a persona.
L’artista fa preparare appositamente per la mostra un cocktail blu, che offre a tutti gli invitati.
L’entrata è sorvegliata da due membri della Guardia Repubblicana in alta uniforme.
Durante la serata galleria e strada sono bloccate dalla folla, che accalcandosi presso l’entrata, richiama l’attenzione della polizia, la quale domanda a Klein perché tanta gente paghi $ 3.00 per vedere il vuoto.
Tutti coloro che partecipano alla serata di inaugurazione, il giorno seguente urinano blu.
L’esposizione, di durata prevista di sette giorni, viene prolungata per altri otto, duranti i quali più di duecento visitatori sperimentano il Vuoto, a volte senza proferire alcuna parola, a volte esplodendo in lacrime e singhiozzi.

“I had left the visible, physical blue at the door, outside, in the street. The real blue was inside, the blue of the profundity of space, the blue of my kingdom, of our kingdom! … the immaterialisation of blue, the coloured space that cannot be seen but which we impregnate ourselves with … A space of blue sensibility within the frame of the white walls of the gallery”[2].

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La stanza della galleria si configura come il luogo del Vuoto metafisico: tra i monocromi bianchi delle pareti l’individuo si trova di fronte a sé stesso, nel tempo presente, un hic et nunc di cui il bianco riflette l’atemporalità e l’estrema, e perché no, finale presenza.
Il blu ed il bianco, la materia pittorica stesa senza limite di forma, sono la chiave mistica per una trascendenza necessaria: la libertà. Non ci troviamo di fronte ad un oggetto, ma piuttosto ad un’azione. In primis quella dell’artista, che fisicamente svuota la galleria e la rende situazione d’accadimento, ed in secundis quella del fruitore, la cui sensibilità è chiamata ad agire, a farsi presente.
Quella di Klein è una concezione dell’opera d’arte e della vita in cui forma e vuoto non differiscono, in cui il fenomeno pittorico e quello esistenziale coincidono e riflettono il concetto di vacuità.
L’artista ritiene la sensibilità moneta dell’Universo, dello spazio, della natura che permette di acquistare un po’ di vita, e l’immaginazione suo veicolo. Tramite immaginazione si raggiunge la Vita, che è l’arte assoluta.
“Il Vuoto e la Monocromia sono i simboli del mondo. Li unisce un unico fondamento reale: l’energia, che è fissata dal colore, e che circola liberamente nello spazio”[3].
Yves Klein supera la problematica dell’arte: per l’artista la pittura non è più in funzione dell’occhio ma dell’unica cosa che non ci appartiene, la vita.
” L’uomo non arriverà a prendere possesso dello spazio se non attraverso le forze terribili, sebbene improntate alla pace, della sensibilità. Non potrà conquistare veramente lo spazio – il che è certamente il suo più caro desiderio – se non dopo aver realizzato l’impregnazione dello spazio con la sua propria sensibilità. La sensibilità dell’uomo è onnipotente sulla realtà immateriale. La sua sensibilità può anche leggere nella memoria della natura, che si tratti di passato, di presente o di futuro! Questa è la nostra autentica capacità di azione extra-dimensionale”[4].

Letizia Liguori

 

[1] Yves Klein, STABILITO CHE… (MANIFESTO DELL’HOTEL CHELSEA. 1961), in «nouveaurealisme.weebly.com».
[2] Yves Klein,1928-1962 Selected Writtings, in «www.ubu.com».
[3] Lucrezia De Domizio Durini, Pierre Restany. L’eco del futuro, Milano, SilvanaEditoriale, 2005, p. 305.
[4] Yves Klein, STABILITO CHE…Op. cit.


BLUE SHOE STRINGS

  • By Punk Vanguard
  • Published May 19, 2015
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Nel Road Cafè maledetto, un uomo, la barba lunga e irsuta, la bandana in testa e il giubbotto da motociclista, spinge un nichelino nel jukebox. C’è poca gente ad ascoltare la musica: qualcuno al bancone, davanti ad una pinta, un altro paio che giocano a freccette e un tizio che è appena uscito dal cesso. l’uomo del jukebox si accende una sigaretta e si mette ad ascoltare, soddisfatto, il disco che ha appena caricato. Il titolo è “For A Bottle Of Coke”, loro sono i Blue Shoe Strings.

I primi pezzi (“Get Lost”, “Me O’ My, Me O’ Blues”, “I Ain’t”) risvegliano l’attenzione della clientela, che ora è stuzzicata dal graffiante garage blues che si è diffuso nell’aria. Le linee di basso fanno vibrare le pinte di vetro, sono accattivanti e travolgenti. La voce ricorda molto lo stoner, con la sua arroganza e strafottenza graffiante. Sta entrando altra gente nel locale, la musica del jukebox si sente perfino dal parcheggio. Il barista non crede ai suoi occhi. Una dietro l’altra le pinte si allineano sul bancone e i nuovi arrivati fissano il jukebox illuminato di verde. Da lì, morbidi come un whisky liscio, i Blue Shoe Strings continuano con la loro musica. A qualcuno ricordano un po’ Jack White per certi assoli, ad altri, più semplicemente, un treno merci che macina miglia tra le dune dell’Arizona.
Dopo un breve intermezzo strumentale (“Bottleneck”), gli ascoltatori sono accompagnati verso la seconda metà dell’album, dove c’è il tempo per una ballata malinconica direttamente dalle paludi della Louisiana (“Dead Love’s Tree”). Il barista ha già chiamato suo nipote e suo cugino perché vadano lì ad aiutarlo a spinare le birre e a versare Bourbon, ormai è una bolgia. Gli ultimi pezzi (“John The Revelator”, “The Strings Go”) sono una cavalcata trionfale verso l’orizzonte con il suo sole in tramonto: le pareti del Road Cafè tremano, il barista è svenuto dietro al bancone, ma nessuno se n’è accorto, la ressa spinge, si accalca, si muove come un unico corpo. Quando l’ultima nota si spegne, cala il silenzio più totale. Si sentono sbuffare i cavalli legati fuori dal locale, una sirena in lontananza. La gente, senza dire una parola, se ne va, incantata, verso il proprio pick up o motocicletta o cavallo.

Al Road Cafè maledetto non c’è più nessuno, la serata è finita, i Blue Shoe Strings non suonano più.

Shane McKeane

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LAGO Design

  • By Punk Vanguard
  • Published May 11, 2015
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Vagando per il Salone del Mobile di Milano 2013 non ho potuto fare a meno di soffermarmi di fronte allo stand di Lago Design, un’azienda fresca ed innovativa del panorama italiano in cui abili designer provenienti da tutto il mondo collaborano con artigiani nazionali nella realizzazione di nuovi materiali eco-compatibili.
Linearità, geometria e sospensione possono definirsi le parole chiave che hanno permesso a Lago Design di riuscire in pochi anni ad affermarsi sul mercato creando una forte brand identity e rivisitando il concetto di casa, che non è più uno spazio di transito ma piuttosto un luogo di centrale importanza, che va vissuto nel migliore modo possibile.

La funzionalità si mescola quindi all’estetica dando origine ad oggetti che sfidano le leggi della fisica e diventano icone del marchio stesso, basti pensare al letto che pare sospeso in aria e poggia su un’unica gamba centrale (Letto Fluttua) o al tavolo che si flette senza rompersi (Comfort Table).
Altri elementi poi, rimettono in discussione il luogo comune del “già visto” che a volte si aggira nel mondo del design, come la seduta “Lastika” che è composta da un’anima in metallo e potenti elastici colorati e che a primo impatto si direbbero più una costruzione geometrica.

Grazie a certe creazioni sospese o semi sospese (sostenute da lastre di vetro poco visibili) e a colori vivaci, le emozioni trasmesse da Lago Design sono particolari e diverse rispetto a quelle di normali ambienti abitativi, in ogni cosa si può trovare quell’effetto sorpresa che diverte ed attrae.
Oltre al prodotto mobile infine, l’azienda si è avvicinata a quello dei rivestimenti: carte da parati che sembrano riflettere l’ombra della luce, ma che in realtà riportano stampato il suo disegno.

Joe Seeb

lago-lastika-chair

“Oltrepensare” di iosonopipo

  • By Punk Vanguard
  • Published May 11, 2015
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“Iosonopipo” è il progetto fotografico di Giuseppe Palmisano.
“Oltrepensare” invece è il suo libro. Una raccolta fotografica, accompagnata da una serie di poesie.
Una serie di scatti estremamente affascinante, ma allo stesso tempo inquietante.

Abbiamo deciso di intervistarlo per comprendere al meglio il suo lavoro. Ma anche per entrare nella mente dell’artista.

Prima di tutto chi è Pipo?
Pipo è il diminutivo di Giuseppe, iosonopipo invece è il suo progetto artistico. Prima mi piaceva identificarlo come nickname o come nome d’arte ma ora si sta definendo come progetto artistico.
In quanto ho voglia di sperimentare altre modalità di espressione, sempre con la fotografia, credo che forse non rientreranno in iosonopipo, vedremo.

Nel tuo libro, “Oltrepensare”, come nella gran parte dei tuoi lavori, sono presenti quasi sempre delle donne. Perché?
Principalmente perchè il corpo femminile è più bello e da sempre la donna è stata musa dei grandi artisti, ma non c’è un vero perché, semplicemente non mi sono mai deciso a sperimentar con gli uomini.
Solo in un caso l’ho fatto fotografando una coppia.

Perché i loro volti sono nascosti?
Un volto racconta una storia, comunica già tantissime cose, non è nel mio intento farlo. Ridurre al minimo tutto, dare solo pochi elementi che poi alla fine risultano sempre abbastanza, per far sì che il fruitore s’inventi qualcosa a suo piacimento.

Busto nudo e calze pastello. Cosa vorrebbe trasmettere questa scelta stilistica?
Non ho mai preventivato cosa trasmettere, non mi interessa trasmettere qualcosa in particolare, parto da presupposti molto pratici, e da molta improvvisazione: questa cosa è bella ai miei occhi, ok la faccio! Questa cosa funziona? Va bene seguo questa direzione. Se si lavora a cuore aperto spesso le intenzioni e le cose che vogliamo trasmettere le riversiamo dentro senza accorgercene, e così è stato per me.
I collant hanno rappresentato una virgola di colore che alleggeriva ancora di più il nudo, o “svestito” come mi piace chiamarlo.

Quanto importante è, per te, la cura dell’ambiente che sta attorno al soggetto, a partire dai colori, fino all’arredamento? Che tipo di cornice vorresti creare?
Anche in questo caso è importantissima, però, purtroppo e per fortuna non la creo mai da zero. Uso le case e gli interni delle case, in maniera molto furbesca perché sono dei Set già creati a piacimento da chi ha arredato la casa, e questo facilità molto il lavoro che spesso è fatto in fretta, anche dal fatto che uso solo luce naturale nelle foto.
La cornicè è quella di persone abbandonate in case vissute, e questo ha fatto sì che in alcuni casi sia come spiare la persona, anche se è una cosa che mi ha detto un osservatore.

Perché hai scelto di accompagnare le tue foto, con delle poesie?
L’ho deciso appena ho scattato la mia prima foto. Mi sembrava troppo pretenzioso pubblicarla senza didascalia ed ho iniziato a scriverci qualcosa. Poi c’ho preso gusto e scrivere è diventato importante quasi quanto fotografare, tant’è che lo faccio anche indipendentemente dalle foto e poi magari in seguito accosto poesia/aforisma allo scatto.

Cos’è per te “Oltrepensare”?
Oltrepensare è guardare oltre, ridare una nuova vita alle cose. Quando guardiamo un’immagine o uno scorcio associamo subito un pensiero.
Oltrepensare è il pensiero che verrebbe dopo, o il pensiero opposto. È oltrepassare l’immagine e vedere cosa c’è dietro.

Con cosa scatti solitamente?
Di solito e fino ad ora con una reflex Canon full frame, a volte con una Polaroid.
Adesso invece ho una compatta Canon.

Chi o cosa sono le tue principali fonti d’ispirazione?
Non credo nell’ispirazione, credo nel rubare. Di sicuro devo tutto al teatro che mi ha fatto crescere.
Ma io “funziono” nel fare totalmente qualcosa di diverso da quello che faccio per farmi ispirare. Bisogna, secondo me, rubare dalla vita e da altri campi diversi da quello in cui ci esprimiamo.
Cosa ti trasmettono a lungo andare le tue foto, quando le riguardi?
Mi interessa molto come gli altri guardano le mie e ne danno significati diversi, ed io dopo tempo provo ad andar in quelle direzioni di pensiero.
Ho scoperto che ad alcuni delle foto impressionano quasi spaventosamente, mentre per altri sono addirittura erotiche. A me spesso alcune non piacciono più; mi sembrano esercizi di stile; altre invece le considero opere Manifesto.

Elliot Walker

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PIETRO NICOLAUCICH

  • By Punk Vanguard
  • Published May 11, 2015
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Antoine de Saint- Exupéry (autore de “Il Piccolo Principe”) non era niente in confronto a lui (come disegnatore ovviamente). Pietro Nicolaucich, giovane illustratore, disegnatore, artista, e chi più ne ha più ne metta, ha il dono innato di far tornare bambino ogni singolo osservatore. Le sue tavole sono intrise di fiabe, montagne, sogni e avventure. Chiunque si potrebbe ritrovare in qualche storiella letta da bambino, riconoscendola tra queste opere d’arte. Se anche voi volete tornare dei piccoli sognatori visitate il suo magico sito: www.pietronicolaucich.com

di Elliot Walker
Quando hai scoperto di avere questo talento?
Che io ricordi da sempre, fin dai tempi dell’asilo le suore ed i compagni mi facevano notare quanto la mia mano fosse abile e non ho mai desiderato fare un mestiere diverso da questo.
Cosa ti ispira quando ti esprimi?
Nel corso degli anni il mio stile si è andato formando e con esso l’immaginario da cui traggo le ispirazioni. La ricerca stilistica deve comunque essere continua ed aperta alla più ampia evoluzione. In questo senso sono fondamentali la lettura quotidiana di romanzi (in grandissima quantità) e la fruizione di opere altrui (nel mio caso soprattutto del passato). Ma da un punto di vista emotivo per me sono indispensabili il ritorno ciclico alle mie montagne friulane e la media di 15 km di corsa che percorro ogni giorno (la maggior parte delle idee mi vengono in quel tragitto di pura contemplazione).

Cosa trovi di bello nell’arte di cui fai parte?
Disegno immagini generalmente felici e concilianti. Oggi il concetto di bellezza è molto elastico, soprattutto nell’arte. Non mi dilungherò sulla pressoché totale mancanza di meritocrazia che esiste in quel mercato dell’arte dove il talento è solo un valore aggiunto spesso non richiesto. Per fortuna nel caso dell’illustrazione le cose sono diverse, anche se noto in generale una doppia tendenza che guarda da un lato all’immaginario dark-“preso male”, e dall’altro al primitivismo o al tratto infantile. Sono due generi, spesso lontani, che hanno assolutamente senso di esistere, ma che non incontrano il mio gusto estetico. Del primo ammiro la fattura ma non il contenuto, del secondo l’esatto opposto. Personalmente prendo le distanze da entrambi per inquadrarmi in una minoranza artistica che ricerca l’immagine felice e ben disegnata… colpa o merito di colui che reputo il più grande artista del 900, nonché la mia più grande fonte di ispirazione e formazione artistica, ovvero Walt Disney. Mi basta riguardare “La spada nella roccia” per trovare tutto il bello di cui ho bisogno per l’arte di cui faccio parte.

Cosa provi quando completi un’opera?
Prima mi hai chiesto cosa mi ispira quando mi “esprimo”, colgo l’occasione per contraddire la tua domanda precedente come risposta a questa. Non credo che un artista crei delle opere per “esprimere” sé stesso, e se lo fa il più delle volte si tratta di un artista mediocre. Credo piuttosto che un artista crei un’opera per “liberarsi” da sé stesso: quando mi viene un’idea si tratta di una vera e propria epifania, è un’intuizione che aleggia ovunque e l’artista è colui che ha la sensibilità per poterla cogliere ed i mezzi per renderla reale. L’artista è un essere privilegiato perché è dotato di creatività e talento, queste due qualità gli consentono di afferrare l’intuizione e di trasformarla in qualcosa di tangibile che possa emozionare chiunque non abbia lo stesso tipo di sensibilità. Se tutti avessero la sensibilità dell’artista l’arte sarebbe superflua. Ecco che il mestiere dell’artista diventa una missione ed egli ne sente il peso della responsabilità. Si tratta di qualcosa di violento e talvolta di più grande di noi, qualcosa che ci logora finché non l’abbiamo portata a termine, opprimendoci con un peso non indifferente. Solo il compimento dell’opera può liberarci da quel peso e lasciarci per un pò a sguazzare nelle acque leggere della lusinga (ma solo per un pò, ovvero fino a quando una nuova intuizione non ci investe con il suo peso e le sue responsabilità). In questo senso la creazione è “liberazione dal sé” e non “espressione del sé”. So riconoscere immediatamente un presunto artista che crea per esprimere sé stesso e non c’è nulla di emozionante in ciò che produce. In questi casi ci allontaniamo da ciò che dovrebbe essere arte e ci avviciniamo a ciò che è solo mera speculazione.
Oltre alla pittura e alle illustrazioni, quali altri progetti stai realizzando o hai realizzato in passato?
Ho scritto tre sillogi di poesie e alcune poesie d’occasione, tre libri per bambini, un libro giallo e ho registrato un disco folk col mio gruppo “Nevi di frontiera”. Al momento sto completando gli ultimi ritocchi di un libro di racconti dalle atmosfere Borgesiane, un quarto libro per bambini, ho appena cominciato un nuovo romanzo in perfetto stile Neil Gaiman e sto registrando un nuovo disco…tutto ciò con grande pazienza dal momento che mi posso dedicare a questi progetti solo nelle rare pause tra un lavoro e l’altro. Direi che ho l’agenda bella piena. Sul sito comunque si può trovare buona parte di queste fatiche.

Che dicono mamma e papà?
Mio padre è un falegname e mia madre una decoratrice, mio fratello uno Chef nonché un tenore barocco di grande talento…non potrebbero essere più contenti di così, di certo non avrebbero pregato per un figlio avvocato.
Di questi tempi si potrebbe vivere con l’arte che si crea?
Io vivo della mia arte da ormai 3 anni, quindi mi sento di dire di sì, ma non bisogna montarsi la testa, guadagno quanto mi basta per pagare un affitto a Milano che divido con la mia ragazza e per concedermi qualche rara piccola soddisfazione; praticamente raccimolo uno stipendio medio, ma con la figata che lavoro da casa mia e non ho capi stalinisti né colleghi detrattori. Mi serve stare a Milano per i contatti, è un’ottima città da questo punto di vista, ma tra qualche anno spero di poter tornare a vivere nelle mie montagne e lavorare da lì.
Cosa ne pensi della meritocrazia e delle raccomandazioni?
E’ un discorso che non amo affrontare. Il mondo dell’arte una volta premiava il talento, ora purtroppo premia chi ha più conoscenze. La cosa peggiore è che a farne le spese non sono solo gli artisti che meriterebbero la gloria e si trovano a dover mettere da parte la matita per fare il cameriere, ma anche il genere umano come fruitore dell’arte in generale: la qualità si abbassa e con essa l’emozione che l’opera d’arte dovrebbe generare. Se poi ci inoltriamo negli abissi dell’arte concettuale o provocatoria entra in gioco anche la presa per il culo…e non è bello che un artista prenda per il culo una massa di fruitori che ne tesse le lodi solo perché qualche critico o gallerista ha deciso di promuovere il signor “nonfaccionomicheèmeglio”.
“I cattivi poeti rendono torbide le acque per farle credere profonde” diceva Nietzsche e mi piace pensare che presto o tardi gli esseri umani si accorgeranno che esistono anche le acque limpide dell’arte reale e si renderanno conto di essere stati presi per il culo per troppi anni; allora il mondo sarà un bel posto in cui vivere, sia per chi l’arte la fa che per chi la contempla.

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LONG Clothing

  • By Punk Vanguard
  • Published May 11, 2015
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Hey guys sono andata a rompere un po’ le palle a Gareth Emmett su facebook per voi.
Beccatevi questa short interview!

PV: hey boy can i ask you some questions about long clothing?
GE: What Q’s yooo?.
PV: how it’s born long clothing? what d’you do in this project? awww i really love this http://www.longclothing.com/gallery/21
GE: Long clothing was started by Me and Rhys Dawney. We both wanted some longer fit t shirts and could not find any to taste. I decided to design my own long fit t shirt and Rhys designed some graphics. I then hand printed some t shirts, and was really happy with the product, I then went on to open a market and we grew into what you see today
PV: what about the parties? I get the invitation but i live in italy
GE:  you miss out x
PV: I promise I’ll come when I’ll go to London

Watch the gallery!
http://www.longclothing.com/gallery/22/

Paris Anne Kimberly Richie

ThreeLakes

  • By Punk Vanguard
  • Published May 11, 2015
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Ho deciso di dare una svolta alla mia vita. Basta sabati sera in centro a vagare come un’ameba da bar a bar. Basta dire che non c’è mai nulla di bello in giro. E allora sabato 13 Dicembre sono andato all’On Air a Castelfranco Veneto a sentirmi i ThreeLakes & the Flatland Eagles, folk band italiana di tutto rispetto.

ThreeLakes è il progetto solista del mantovano Luca Righi. The Flatland Eagles, invece, è la band che lo accompagna nei live e lo ha aiutato in studio di registrazione.

Premetto che non li conoscevo e non li avevo mai ascoltati prima. Ma sentendoli dal vivo e riascoltando di continuo il loro album “War Tales”, non posso fare a meno di amarli.
Potrei associarli a Mumford & Sons, Fleet Foxes e Koji. Ma ciò che fanno li differenzia da ognuno di loro.
La prevalenza del cantautorato folk però non chiude le porte a suoni più indie rock e meno “acustici”, creando un’atmosfera tipica dei matrimoni americani all’aperto. Quelli che si vedono nei film, con grandi alberi che riparano la gente dal sole estivo, e che alla sera si illuminano di centinaia di lampadine gialle, calde come l’amore.

La loro musica mi ha fatto sentire un po’ come Alexander Supertramp e un po’ come un soldato americano degli anni ’40 che ha nostalgia di casa.

37 minuti di pura calma. 37 minuti di sogni. 37 minuti di nostalgia.

Elliot Walker

TRAVEL JOURNAL #1

  • By Punk Vanguard
  • Published May 11, 2015
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Impressioni,culture,sapori e pezzi di mondo.
Scritture di una cosmopolita.

KEY WEST- Partendo da South Beach in bus dopo un paio d’ore, procedendo verso sud-est, mi trovo a scorgere dal finestrino lo spettacolo ambientale che presentano le Florida Keys, piccolo e magnifico arcipelago incatenato da una struttura architettonica altrettanto degna di nota, il Seven Miles Bridge. Lungo appunto circa 7 miglia (11,265 km) , questo ponte termina la sua corsa nell’isola di Key West, ultima isola delle Keys, realtà pressoché impercettibile dal mappamondo nonché patria di circa 25 mila persone.

Scendo dal bus con altre persone della mia stessa comitiva in una piazzetta in pavé, contornata da ristorantini, negozi di articoli da spiaggia e una chiesetta protestante. Dominavano la piazza gli Old Town Trolleys (mezzi simili ai tram milanesi ma su ruote), turisti e galletti variopinti che sembravano sentirsi a proprio agio con il via vai circostante.
Da buona turista prendo il biglietto per un tour dell’isola, salgo su uno di questi simpatici mezzi arancio-verdi e prendo posto. Alla guida un arzillo anziano barbuto che mentre conduceva parlava all’altoparlante con fare marinaresco. Faceva versi grotteschi e aveva anche una giacca doppio petto bianca con dettagli in blu, da vero e proprio capitano. Non so come facesse a sopportare quel caldo afoso e mentre lui, ignaro, parlava io mi stavo appiccicando al sedile.
Percorriamo l’isola secondo l’itinerario prestabilito. Nonostante la luce del sole era accecante, durante il tour potevo ammirare le bellezze di Key West. Iguane colorate camminavano indisturbate tra  le gambe dei numerosi surfisti che con le loro enormi tavole si dirigevano verso le candide spiagge. Un furgoncino benzina impolverato e pieno di stickers dall’aria un po’ hippie faceva da appartamento ad alcuni giovani musicisti che seduti ad un passo dal furgone fumavano suonavano e bevevano birra in compagnia di un boxer. Si riusciva a sentire la chitarra di quei ragazzi anche a molti metri di distanza quando improvvisamente il capitano virò a sinistra in una stradina.
Pronto ad attenderci all’angolo della via un pasticcere sulla sessantina che ci salutava tutto sorridente nel suo grembiule verde mentre con l’altra mano reggeva il tipico dolce delle Keys, la Key Lime Pie, delizia che ebbi il piacere di provare durante la giornata. Avanti e indietro per le vie di questa isoletta vidi hotels, ristoranti e molti localini stile Hawaii. Procedendo arrivammo al Southernmost Point, ovvero il punto più a sud non solo di Key West ma anche di tutti gli States, caratterizzato da una specie di ‘boa’ posta sul promontorio estremo che segna esattamente 90 miglia di distanza da Cuba.

Tutto quel caldo mi fece venire una gran sete che nel giro di due minuti soddisfai con del latte di cocco che comprai per una cosa tipo 2 dollari da un tizio che teneva una bancarella. Prendeva la noce, la trapanava, cannuccia rossa e via. Approfittai della merenda per fare due passi avanti per la vietta adiacente il Southernmost point. Tantissime case bianche in legno incorniciate da una rigogliosa vegetazione e decorate da oggetti insoliti: bamboline, bandiere, nastri. Si respirava un clima tropicale ma nello stesso tempo accogliente. A una certa risalii sul trolley che ritornò al punto di partenza che nel frattempo si era riempito di altri turisti. Ero ancora in tempo per un bagno.

La giornata si concluse con un piacevolissimo tramonto che mi confermò la assoluta pace di quell’angolo di paradiso.

Il sole di Key West non solo abbronza, scalda il cuore e accende i volti delle persone che vi si trovano. Ogni cosa su quell’isola sembrava essere in sintonia e in ordine con l’ambiente circostante regalando ai visitatori un’atmosfera unica.

Perciò se avete qualche spicciolo da parte e un po’ di fiducia nelle mie parole, vi consiglio di farcelo un salto a Key West!

 
Cherol.

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Io, le start-up ed il Cile.

  • By Punk Vanguard
  • Published May 11, 2015
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È una di quelle esperienze che non ti aspetti di poter vivere, che una volta che sei lì qualsiasi tua aspettativa su quel paese estero viene stravolta, in positivo. Devo essere sincero, il Cile mi ha stupito davvero tanto: le persone sono tra le più disponibili che abbia mai incontrato, Santiago è una città a misura d’uomo, colma di parchi, musei e delle più disparate forme d’arte. Dagli esperimenti col suono dei vari collettivi artistici alle installazioni che si trovano direttamente sui muri all’esterno del museo. Io sono un designer e sviluppatore iOS: vivrò qui per altri sei mesi, assieme ai miei colleghi per lavorare su, Earlyclaim.com, la nostra azienda con la quale siamo approdati a Santiago, grazie al programma Start-Up Chile. Questo mi ha portato ad entrare in contatto con uno degli ecosistemi più internazionali del mondo; già dopo alcuni giorni ero in contatto con imprenditori provenienti da Ecuador, USA, Argentina, Brasile e tanti altri. Ci si sente parte di una grande famiglia, questi sono alcuni scatti che raccontano come ho vissuto questa città e questa esperienza fino ad adesso; tra i ritmi di una startup che non danno scampo e le strade che offrono spunti creativi ad ogni sguardo.

Nicola Perantoni

Tutte le foto sulla nostra pagina FB

A visual diary of Start-up Chile.DSC_3554 DSC_3652 DSC_3760DSC_4772

Longboards

  • By Punk Vanguard
  • Published May 11, 2015
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Di Longboard in giro se ne vedono veramente pochi, ma la sua stazza, che semplifica il lavoro di imparare a girare ai novellini, e la sua versatilità, che offre la possibilità agli skater di girare per le strade più facilmente, ma anche di esibirsi in acrobazie più o meno spettacolari dello Skateboard, lo rendono uno sport veramente affascinante, dandogli un’aura retrò ed anticonformista.

Skateboard e Longboard hanno chiuso i rapporti definitivamente, dando vita a due discipline distinte, dal 1990, ma la storia delle due tavole è molto più vecchia. Infatti, il Longboard nasce sulla West Coast, negli anni ’50 (come lo Skateboard, che diventerà popolare soprattutto negli anni ’60 e ’70), per sostituire la tavola da Surf, in quei periodi invernali, in cui il mare proibiva ai californiani di surfare.

Al contrario di quello che si potrebbe intuire dal nome, il Longboard non è necessariamente una tavola lunga. Molte tavole, infatti, sono molto corte o eccessivamente lunghe, variano di forma e curve, seguendo i lineamenti delle tavole da Surf, da Skate, o reinventando nuovi tipi di sagome.

Per avere un’idea generale su cosa siano i Longboard, visita il sito http://thelongboardstore.com/, dove potrai trovare tutti i tipi di tavole in circolazione.

Elliot Walker

72 minuti di silenzio per MEGAVIDEO

  • By Punk Vanguard
  • Published May 11, 2015
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Riassunto delle puntate precedenti

Il 12 maggio 2011 viene presentata una proposta di legge al senato americano che mira a colpire la pirateria online. Il suo nome è P.I.P.A. (Preventing Real Online Threats to Economic Creativity and Theft of Intellectual Property Act).
Dal 26 ottobre alla camera si discute di un’altra proposta per molti aspetti analoga, ovvero la S.O.P.A. (Stop Online Piracy Act).
Le proposte verranno momentaneamente sospese a causa degli ingenti fondi necessari ad attuarle, ma mai abbandonate.
Il 19 gennaio 2012 il dominio del più famoso sito di streaming e file sharing, Megaupload, viene sostituito da un messaggio dell’FBI: http://www.megaupload.com/
Il sito è stato sequestrato dal bureau con diverse accuse, generalmente riconducibili all’istigazione alla violazione di copyright e alla pirateria, e il fondatore del sito, Kim Dotcom (aka Kim Shmitz), assieme al suo collaboratore Kim Tim Jim Vestor, sono stati arrestati.
L’operazione, resa possibile solo dalla collaborazione delle autorità di alcuni paesi europei e non, si svolge nelle ore in cui le proteste contro i disegni in discussione al parlamento americano si fanno più forti, unendo voci da tutto il mondo. Il sequestro sembrerebbe più di tutto una dimostrazione di forza da parte del governo.
La risposta del web è stata rapida e dolorosa. In pochi minuti parte #OpMegaupload.
Anonymous, un gruppo di hacker attivisti, ha rivolto attacchi a vari siti, tra i quali quelli di RIAA, MPAA, Universal Music Group e del Copyright Office degli USA, ovvero multinazionali che premono per l’approvazione di S.O.P.A. e P.I.P.A. e uffici governativi.

La Prima Guerra Digitale è iniziata

La chiusura di Megaupload causa un effetto domino in tutto il web. In poche ore siti come Fileserve, Filesonic, VideoBB, Filepost, Uploaded.to, Videozer, Filejungle, Uploadstation, 4shared, EnterUpload, bloccano la possibilità di scaricare file altrui, cancellano i file illegali e gli utenti che li hanno caricati, bloccano qualsiasi accesso ad IP USA, o addirittura scompaiono del tutto (provate a scaricare da EnterUpload).
In questi giorni Anonymous progetta l’apertura di un nuovo sito di file sharing, “AnonyUpload”, per ricostruire l’impero distrutto di Tim Dotcom. Il gruppo di anonimi fa sapere, via Twitter, che utilizzerà server russi per sfuggire al controllo americano, e chiede donazioni per l’acquisto degli stessi (il che potrebbe subodorare di truffa, e quindi determinare il fallimento dell’operazione).
Nell frattempo circolano voci circa il prossimo bersaglio degli hacker: Facebook.
L’attacco, previsto per il 28 gennaio, verrà lanciato se il parlamento americano non fermerà definitivamente le trattative su S.O.P.A. e P.I.P.A.
Voi da che parte state?

P.S. dedicato ai lettori italiani.
Il parlamento italiano sta discutendo, senza che la notizia trapeli troppo, un provvedimento simile (se non più autoritario) a quelli americani.

Peter Nicholas Ward

R.I.P. MegaUpload

Black Summer

  • By Punk Vanguard
  • Published May 11, 2015
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Avete mai pensato che ci sia qualcosa che non va nel mondo? Che le istituzioni e i governi agiscano alla pari delle associazioni a delinquere? Avete mai deciso di fare qualcosa in proposito?Pensate, se qualcuno scoprisse che il presidente degli Stati Uniti non è altro che il più grande criminale della storia, troverebbe anche il coraggio di denunciarlo, o addirittura di combatterlo?
Forse una persona normale no, ma se a scoprirlo fosse un supereroe?

Questa è la premessa di “Black Summer”, una serie limitata di 8 numeri uscita negli USA nel 2007 sotto l’Avatar Press e arrivata in Italia nel 2010 grazie alla Edizioni BD, scritta dal geniale Warren Ellis e disegnata dall’estroso Juan Jose Ryp.
La storia si basa proprio sulla possibilità che il supereroe nazionale, John Horus, decida di uccidere il presidente degli Stati Uniti e alcuni suoi consiglieri, ritenendoli colpevoli di crimini contro la libertà e lo spirito americano.
Negli 8 capitoli del volume vengono sviluppati i fatti successivi all’evento, la reazione del governo, dell’esercito e degli altri supereroi, tra scontri a fuoco carichi di sangue e adrenalina, e scambi di idee spesso poco ortodossi tra i protagonisti, il tutto accompagnato da sporadici flashback che raccontano la genesi del gruppo di eroi.
Una trama zeppa di colpi di scena, in cui l’autore nasconde (non troppo) critiche contro le recenti decisioni degli USA; protagonisti giovani studenti che decidono di mettere a frutto le loro conoscenze in modo a dir poco originale; disegni dinamici, dettagliati e pieni di colore. Questi sono gli aspetti che amo di questo fumetto.
L’opera fa parte di un’ideale trilogia assieme a “No Hero” e “Supergod”, sulle quali vi scriverò presto.

Peter Nicholas Ward

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I Tre Moschettieri

  • By Punk Vanguard
  • Published May 11, 2015
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Spada nel fodero, pistola nella fondina, mantello allacciato, cappello piumato e siamo già sulla strada per Parigi, pronti per diventare dei moschettieri del Re.
“I tre moschettieri” di Alexandre Dumas non è solo un romanzo “cappa e spada”, come lo si definisce solitamente, è molto di più: una storia che unisce la fedeltà ad un ideale e all’onore, un intrigo sensuale, sottile e spietato di giochi di potere, degno del miglior Ian Fleming, alla più totale e devota amicizia.
Romanzo mai scontato o banale, fin dalla copertina si nota che qualcosa non quadra.
Il libro si apre e si snoda attraverso le gesta di D’Artagnan, eppure nel titolo compaiono per l’appunto “i tre moschettieri” che diverranno presto i più fedeli amici del protagonista e del lettore stesso.
Dico del lettore perchè è impossibile non affezionarsi pagina dopo pagina a queste tre figure così ben delineate e umane, tanto da dar loro un volto e immaginarne la voce già dalle prime battute; tre compagni con un proprio carattere, con pregi per i quali si è portati subito all’ammirazione e manie sulle quali si è disposti a sorvolare con un sospiro e un sorriso come si fa con vecchi amici.

Le avventure di D’Artagnan e dei moschettieri sono state descritte nel corso dei decenni molte volte, per questo qui ci limiteremo a tratteggiare i personaggi non per le azioni ma solo per le sensazioni che lasciano, come ricordi di persone effettivamente consciute.
Athos, primo per eleganza e saggezza, uomo vissuto, è l’incarnazione della nobiltà in tutte le sue forme, strenuo protettore dell’aristocrazia, è fermamente convinto che solo un nobile di nascita ed educazione possa assumersi gli impegni di un governo ed essere all’altezza del compito.
Porthos, alto e robusto, spesso dipinto come un semplicione è in realtà il più candido e generoso dei tre, si fida ciecamente dei suoi compagni ed è amato senza riserve da essi proprio per la sua abnegazione e fede nella causa.
Infine la presenza di Aramis si percepisce più defilata, proprio come le sue azioni; è misterioso e reticente, ha una mente sempre all’opera e nasconde le sue trame anche agli amici per proteggere la loro vita e l’onore delle dame con cui ha spesso a che fare.
D’Artagnan merita un piccolo spazio a sé, onesto ma ambizioso almeno quanto spaccone, è il personaggio che più di ogni altro ama la vita e la sua gioventù tanto da volerla spremere in ogni attimo; di certo qualità invidiabili, a tal punto che nel corso dei romanzi si ha la netta sensazione, che la vicenda sia sì narrata in terza persona, ma vissuta emotivamente con gli occhi del protagonista, cosicché non sarà raro gioire, patire o infuriarsi alla stregua del nostro guascone.

Meriterebbero di essere menzionati tutti i personaggi per la poliedricità dei loro tratti: dagli avversari dei nostri eroi, alle numerose donne che popolano il romanzo, passando per i personaggi di sfondo come i servi dei moschettieri, a dir poco fondamentali, degne spalle senza le quali spesso i protagonisti sarebbero destinati al fallimento; ma rischieremmo di dilungarci e forse rovinare il piacere del lettore di scoprire da sè, o meglio fare la conoscenza di questi straordinari compagni d’avventura.
La saga comprendente “I tre moschettieri”, “Vent’anni dopo” e “il visconte di Bragelonne” si articola quindi lungo la carriera del protagonista e i suoi compagni d’arme, attraverso i conflitti dell’europa dell’epoca.
Si parte dall’ascesa verso la fama e la gloria, per  chiudere con il tramonto inevitabile, ovvero l’avvento di un’epoca nella quale coraggio e abilità non bastano più e forse non sono più neanche richieste, come se il mondo stesso si fosse evoluto lasciando i nostri eroi acciaccati ma pur sempre splendenti, ridotti a gigantesche icone non più in grado di evolversi, dove l’unico vincitore è la Storia e il suo inevitabile scorrere.

Stefano Turri

ZEBRA

  • By Punk Vanguard
  • Published May 11, 2015
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Si sentono ritmi tribali vibrare nell’aria calda della sera. Il cielo è puntellato di infinite stelle e la savana è quieta. La Zebra intona cori di preghiera, introducendoci al suo album di debutto.
Zebra, infatti, è il nome della band che oggi voglio presentarvi. Da poco usciti con il loro primo album “Homo Habilis”, questo trio sta iniziando a farsi conoscere nell’ambiente underground padovano e vicentino, incassando un concerto dietro l’altro e plausi convinti da parte dell’audience. Le partecipazioni al GASP festival e all’Across The University sono la giusta riconoscenza al talento e la passione artistica di questi ragazzi.
“Homo Habilis” è un percorso intricato di sentieri che gli Zebra ci invita a percorrere con loro. “Blanco” apre la strada con ritmi di gran classe, ricercati e tecnicamente validi, che saranno tema di fondo di tutto l’EP. Le vocalizzazioni sono in massima armonia e, pacate, cullano l’ascoltatore, lasciandolo incantato. “Ocean” e “Harmony” continuano sulla falsariga di “Blanco”: la voce è incerta, tremante; veste perfettamente l’alone di sofferenza che trasmette l’opera. Sembra di affogare tra le melodie, in un moto continuo che trascina l’ascoltatore senza lasciargli scampo. I molti stacchi tematici in una stessa canzone donano un effetto caleidoscopio dell’opera, a volte disorientano, come più sentieri in un bosco. L’ascoltatore è colpito da sensazioni molto differenti in un’unica canzone: si passa da una pacatezza malinconica ad elettroshock improvvisi di grande carica emotiva. “Quadro” è l’unico pezzo in italiano, linguaggio forse non adatto al genere, ma riservato ad un testo che dipinge un’immagine molto poetica e d’impatto. La scelta è dunque azzeccata, le parole raggiungono dritte al cuore l’ascoltatore.
“Wei Wei” chiude l’opera con un lungo crescendo che, trionfante, ci lascia alle nostre riflessioni, in un’atmosfera d’incanto, architettata alla perfezione dagli Zebra, dalla prima nota all’ultima.
La sperimentazione è alle stelle: la forza comunicativa ne trae vantaggio e l’opera sembra quasi un racconto. Quest’album non è adatto ad ascoltatori occasionali e distratti; una piccola pietra preziosa dai mille riflessi che si proiettano nella nostra mente, in un turbinio di emozioni.

Shane McKeane

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SHIRO KURAMATA

  • By Punk Vanguard
  • Published May 11, 2015
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Nella metà del ‘900 la storia del design non aveva ancora conosciuto il suo più grande maestro minimalista: Shiro Kuramata (倉俣 史朗) cominciò a studiare design solo nel 1956 all’età di ventidue anni.
Nel ’65 fondò il Kuramata Design Office.
I principi della sua tecnica rispecchiano un nuovo stile asiatico privo di decorazioni tradizionali e sottolineano la purezza, la semplicità e la pulizia della forma. Vuole e riesce a nascondere qualsiasi meccanismo o tecnologia in grado di comporre l’oggetto stesso, tanto che si è detto andasse apparentemente contro la fisica.
La leggerezza viene rappresentata con forme estremamente semplici e con materiali quali vetro, polimetilmetacrilato (una materia plastica trasparente), maglia metallica, luce e altre plastiche.

L’opera più importante è la seduta Miss Blanche presente in poco più di dieci esemplari nel mondo. Kuramata riuscì a posizionare delle rose (artificiali) nel materiale plastico ancora fuso con una tecnica manuale. Creò questo pezzo nel 1988 ma due anni dopo si superò con Acrylic Stool: uno sgabello da 70 kg composto da materiale plastico, una fascia di alluminio e, al posto delle rose, piume.
Nessuna vite o saldatura, la purezza come unico scopo. Questo rende Kuramata il maestro del minimal e di una meravigliosa filosofia.
Ancora nel 1976 presentò una seduta in vetro…e basta: Glass Chair. Pannelli di vetro quasi invisibili tra loro. Usa un adesivo estremamente trasparente ed è difficile concepire che della materia pesante come il vetro possa stare in piedi in quelle condizioni. La semplicità viene portata all’estremo.

“Il mio ideale è vedere gli oggetti fluttuare nell’aria, senza alcun supporto […] Mi sento attratto dai materiali trasparenti, perché la trasparenza non appartiene a nessun luogo specifico, ma ciò nonostante essa esiste ed è ovunque“

Nel ’69 unì la materia alla luce: progettò Luminous Table. Un tavolo dalle forme più elementari possibili composto da una plastica semitrasparente e da luci al neon al suo interno. Anche sta volta il lavoro dell’uomo è invisibile e l’effetto è surreale.
Nel ’70 presentò i famosi cassetti Forniture in Irregular Forms e un altro pezzo estremamente importante fu il tavolino Twilight Time (1985) in vetro e maglia metallica.

Questo uno dei più grandi designer alla ricerca di una soluzione originale e poetica al dilemma della cultura giapponese postbellica, tesa all’occidente anche se ferma ancora alle strutture tradizionali.
Morì nella città natale, a Tokyo, il primo febbraio 1991.

“My strongest desire is to be free of gravity, free of bondage. I want to float”

Joe Seeb.

ARCHITETTURA FUTURISTA #2.0 “Shin Takamatsu”

  • By Punk Vanguard
  • Published May 11, 2015
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Ci eravamo lasciati così la prima volta: “Esteticamente, la città futurista di Sant’Elia non è mai stata pronta per uscire alla luce del sole e dimostrare quindi la sua bellezza alla gente di tutto il mondo, ma se l’urbanistica dovesse, un giorno, seguirne soltanto i lineamenti, sarebbe un trionfo per l’estetica urbanacontemporanea, sfacciatamente disorganizzata e brutalmente trasandata.”

Ma un bel giorno arrivò un uomo venuto da lontano, che avrebbe salvato, e riportato alla luce, l’eredità del leggendario Sant’Elia. Quest’uomo era Shin Takamatsu. Architetto giapponese, autore di diversi edifici in stile futurista-postmoderno. L’aggressiva originalità delle sue opere gli hanno permesso di imporsi nel caotico paesaggio urbano giapponese, diventando oggetti sempre più tecnologici ed industriali, quasi robotici (vedi GUNDAM o GOLDRAKE).

I suoi edifici sembrano realmente usciti da cartoni animati giapponesi: costruzioni che delineano città industriali del futuro, paurose (non mostruose), ma che ci invogliano a voler far parte di quel mondo parallelo controllato dai robot.
Shin Takamatsu: un genio in grado di conciliare minimalismo, industria ed estetica in modo magistrale, per poter dar vita alla vera città del futuro, sognata da Sant’Elia e descritta in “1984” da Orwell e in “FUTURAMA” da Groening.

Elliot Walker

ARCHITETTURA FUTURISTA #1.0 “Antonio Sant’Elia”

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  • Published May 11, 2015
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Antonio Sant’Elia

Como, 30 aprile 1888 – Monfalcone, 10 ottobre 1916

« Le case dureranno meno di noi. Ogni generazione dovrà fabbricarsi la sua città. Questo costante rinnovamento dell’ambiente architettonico contribuirà alla vittoria del Futurismo. »

Quale architetto potrebbe descrivere al meglio l’avanguardismo di questo giornale, se non Antonio Sant’Elia, l’architetto futurista per eccellenza, che con le sue idee rivoluzionarie, aveva cambiato il concetto di progettare e di ideare una città, con le sue figure slanciate, squadrate ed ardite, tipiche di un paesaggio industriale del futuro.

Il fatto che le opere di Sant’Elia non siano mai state realizzate, ed il fatto che l’architetto sia morto giovane in guerra, adempiendo ai veri valori futuristi, rende ancora più interessante e misteriosa la sua immagine, aggiungendo ai suoi progetti un nuovo ed unico fascino leggendario.

L’edificio prediletto di Antonio è il grattacielo, che, ricordando le città di Gotham e Metropolis(vedi fumetti di BATMAN e SUPERMAN), descrive minuziosamente, ma allo stesso tempo coraggiosamente, l’animo della società che si era venuta a creare dopo la Seconda Rivoluzione Industriale, ossia forte, giovane, battagliera ed imprenditoriale. Un po’ la società ideale che servirebbe in questi anni per soggiogare il noioso buco nero denominato “CRISI ECONOMICA”.

Esteticamente, la città futurista di Sant’Elia non è mai stata pronta per uscire alla luce del sole e dimostrare quindi la sua bellezza alla gente di tutto il mondo, ma se l’urbanistica dovesse, un giorno, seguirne soltanto i lineamenti, sarebbe un trionfo per l’estetica urbana contemporanea, sfacciatamente disorganizzata e brutalmente trasandata.

Elliot Walker

RJ SHAUGHNESSY

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  • Published May 11, 2015
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A vedere delle foto del genere, si potrebbe pensare a prima vista, che si tratta di materiale proveniente dagli anni ’70. Ma quando si scopre in esse, gli elementi usuali della contemporaneità, si capisce che Shaughnessy è un artista veramente talentuoso, che si dedica prettamente alla vita sregolata di giovani festaioli ed alternativi, cercando di farli ritornare all’era Hippie, o a quella della DogTown.

Tra strade californiane, giovani afro, nudi di donna, Skins party ed erotici ritratti, RJ fa innamorare il suo pubblico, servendogli uno stile retrò, misto a volti allegri, seducenti o misteriosi, e facendolo desiderare di voler far parte della vita racchiusa all’interno delle sue foto.

SHAUGHNESSY non è però, soltanto capace di dar vita a sregolatezza ed autodistruzione. Ci sono alcuni album infatti, che sono pieni di significato e ricerca dell’anima, come These Photographs Will Heal Your Soul, oppure Your Golden Opportunity is Comeing Very Soon; foto mozzafiato, cariche di riflessione e ricerca, esaltate da un sagace uso del bianco e nero.

Elliot Walker

Visita il sito RJ SHAUGHNESSY PHOTOGRAPHY

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Vicenza on the Mic pt. 1

  • By Punk Vanguard
  • Published May 11, 2015
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“Se Vicenza è morta è perchè siamo morti noi” 
Hope- Superficie Ruvida

Fortunatamente invece Vicenza è viva più che mai, grazie ai numerosi gruppi hip hop underground che tengono viva, appunto, la scena.
Uno di questi gruppi che particolarmente si sta distinguendo sono i “Superficie Ruvida”, gruppo formatosi ufficialmente nel 2009 grazie alla collaborazione di Pacci (Mc e Produttore) Giec Riot Soup (Mc e Produttore) e Fly Fly Sugar (Dj).
Nello stesso anno pubblicano l’EP “Urta Samurai” e nel 2010 l’album “Combat Groove”, entrambi disponibili in free-download nel loro myspace, insieme ad alcuni altri singoli.
Il gruppo è caratterizzato da rime mai banali incentrate sulla denuncia sociale, sulla loro città ed il loro amore per il vero Hip Hop, su basi ricercate e funk arricchite da samples e scratch eccezionali “con i vinili e non con i CDJ”. (Cit.).

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CHRIS BURDEN

  • By Punk Vanguard
  • Published May 11, 2015
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CHRIS BURDEN

Negli anni Settanta l’arte aveva bisogno di materiali dotati di un’energia vitale maggiore rispetto a quelli usati tradizionalmente dagli artisti. Qualcosa che potesse smuovere in maniera decisa ed energica l’animo dello spettatore. Ecco che la Body Art fa coincidere il corpo dell’artista stesso come soggetto e materia prima dell’opera.

Precursore di questa tendenza era stato Marcel Duchamp, genio del Dadaismo, che negli anni ’20 amava già travestirsi e cambiare identità e sesso; il suo personaggio “Rrose Sélavy”, pronunciandolo come “Eros, c’est la vie”, diventa “Eros, è la vita”, facendo convivere 2 aspetti: uno performativo e uno concettuale.

Tornando alla Body Art vera e propria, c’è un artista che più di chiunque altro ha stupito per le sue performance estreme, l’americano Chris Burden.

Rischiare la vita, la sofferenza e l’autolesionismo diventano l’apice delle sue azioni performative. Già durante la tesi di laurea, realizza la performance “Five Day Locker Piece”, dove rimane chiuso per cinque giorni dentro un armadietto della scuola, bevendo solo acqua, e misurando così il livello di resistenza fisica e psicologica dell’uomo.

Ma la performance più famosa rimane sicuramente “Shoot” del 1971; Burden convince addirittura un amico a sparargli in un braccio, davanti ad un pubblico incredulo. Ciò che differenzia Burden dagli altri Body Artists, è che chiedendo a qualcuno di sparargli, induce la persona a compiere un reato perseguibile dalla legge. A seguito delle numerose critiche, Burden rispose così: “Era per me un’esperienza mentale, era sapere che alle 7 e mezza sarei andato a fare un’azione in cui qualcuno mi avrebbe sparato addosso. Era come poter organizzare il destino o qualcosa del genere, in maniera controllata. L’aspetto violento non era molto importante, era, in fondo, il modo per poter sperimentare queste riflessioni”.

Giulio Sogliacchi

ALEXANDER McQUEEN

  • By Punk Vanguard
  • Published May 11, 2015
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Donatella Versace: “La sua immaginazione non aveva limiti e la sua forte
personalità , insieme alla sua geniale creatività, lo rendevano unico. La moda ha
perso un’icona.”

Francois-Henri Pinault: “Uno dei più grandi creatori del suo tempo. Visionario
e all’avanguardia, le sue creazioni venivano ispirate insieme dalla tradizione e
da una modernità fuori dal tempo”.

Se questo giornale deve parlare di avanguardia artistica, Alexander McQueen mi pare un buon trampolino per lanciare la rubrica moda.
La sua personalità infatti nell’ultimo decennio si è imposta nel panorama dell’alta moda mondiale offrendo un modo di pensare tutto nuovo nella produzione del fashion.
Naturalmente in questo articolo non voglio parlare della grande firma ormai largamente commercializzata, ma di una personalità la cui creatività ispirò il mondo della moda e non solo.

Alexander nasce e muore suicida a Londra. Come molti dei grandi artisti parte dal nulla (figlio di tassista) ma già da giovanissimo manifesta passione e talento. Confezionando i vestiti per le sue due sorelline, capisce infatti che sarebbe voluto diventare uno stilista.
Dopo un breve gavetta a Milano riesce ad accedere alla prestigiosa Saint Martin’s School of Art di Londra, che gli permetterà di diventare il direttore creativo di Givenchy.

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Solo all’entrata nel mondo dell’alta moda il dichiaratamente gay fashion designer rivelerà appieno le sue potenzialità.
Il suo stile eccentrico e assolutamente sopra le righe giustappone in modo sempre diverso e sorprendente elementi dell’estetica medioevale, gotica, rinascimentale, e vittoriana a idee moderne come il cyborg style.
Ogni creazione trasmette la sua profonda riflessione artistica attorno al tema della morte e del cosiddetto “afterdeath” (sopratutto nella sua ultima collezione, che non vedrà mai sulle passerelle perché si toglierà la vita prima della sua ultimazione). Sustrato di molte creazioni è il tema della metamorfosi, della guerra, dell’esagerazione e della teatralizzazione della moda (sopratutto in passerella), combinazione che si lascia sfiorare sempre da un rimando ad una dimensione religiosa.
L’uso dei colori lascia in molte collezioni a bocca aperta.
Questa figura ha inoltre ispirato e creato molti dei look dell’istrionica pop star Lady Gaga, che, dopo la sua morte, gli dedicherà diverse performance nonché una traccia (“Fahion of his Love”) del suo ultimo album, Born This Way.
Alexander è dunque uno dei molti esempi di personalità che trasformo i travagli interiori in opere che lasciano il segno nella storia dell’arte, e in questo caso nell’estetica e quindi nella storia della moda.

Fred Foster

McQUEEN site

THE DESTINY IS UNRWITTEN, VANZ

  • By Punk Vanguard
  • Published May 11, 2015
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“The Destiny Is Unwritten” è il quarto album all’attivo per i Vanz, band punk rock toscana.
Questo disco è per loro il lavoro più ambizioso di sempre. Sintetizzando musica di protesta ed emozioni umane in quaranta minuti d’ascolto, e spingendosi in territori musicali mai esplorati prima dalla band, i Vanz riescono a fondere combat rock e sperimentazione, con il risultato di un prodotto coraggioso sia nella forma che nei contenuti.

The Destiny is Unwritten è un concept album in un’unica traccia che racconta una storia divisa in 13 atti/canzoni, è la colonna sonora di un progetto che comprende espressioni artistiche diverse.
Il protagonista del racconto, chiamato JD, si scaglia contro un mondo che non riconosce più come suo, armato solamente della sua presa di coscienza, del suo coraggio e del suo amore sfrenato per la vita.
​L’era del possedere ed apparire in cui viviamo, la distruzione del libero arbitrio dei singoli individui che sfocia nel controllo delle masse e dell’andamento politico-economico mondiale, fanno da cornice ad un racconto contro ogni forma di controllo. Da quello esercitato dall’industria musicale fino ad arrivare a quello di un governo globale, emblema della repressione di ogni forma di attivismo tramite la gestione dell’informazione.

Elementi che scuotono la vita di JD spingendolo ad intraprendere un viaggio alla ricerca della propria realizzazione. Assetato di emozioni, brividi e vita vera, JD vivrà esperienze che oscillano tra psichedelia e realtà dura e cruda.

La scelta di un filo conduttore per ogni canzone, riesce a cancellare ogni possibile monotonia, dando quell’ingrediente in più al suono rockeggiante che accompagna l’ascoltatore nel tempo.
I suoni puliti e melodici, ma allo stesso tempo distorti della chitarra elettrica, graffiati da una voce giovane ma potente sono scanditi regolarmente da ritmi veloci dettati sapientemente da basso e batteria.
Che tu lo voglia o no, finita la degustazione uditiva, vorrai spaccare una chitarra per terra e liberare la tua anima da ogni peso.

Grazie Vanz di avermi fatto tornare un adolescente ribelle!

Elliot Walker

TWMG / The White Mega Giant

  • By Punk Vanguard
  • Published May 7, 2015
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Oggi mi sono perso 45 minuti in un bosco, sotto una fitta pioggia, tra alberi spogli e nuda roccia.
Il vento mi soffiava forte sulla faccia. Il freddo mi entrava nelle vene. Ma una luce si poteva ancora vedere, lontano, tra tutte quelle nuvole scure.

Così ho voluto descrivere TWMG, nuovo album del trio elettropostrock padovano The White Mega Giant.
Uno scenario apocalittico pronto a risorgere. Dall’oscurità alla luce.
Sintetizzatori che spingono come elicotteri a ritmi marziali, distorsori robotici, ma anche melodie malinconiche e oscure, che partono lente e sussurrate, per poi sorgere potenti ed esplodere nella loro interezza.
Un notevole gioco strumentale, tra pianoforte, batteria e sintetizzatori, che non lascia alcun dubbio sul grande lavoro svolto per creare questa perla musicale.

Se voleste sentirli dal vivo, il 12 Novembre suoneranno allo Shockando Festival, a Piazzola sul Brenta (PD).

Etruschi From Lakota

  • By Punk Vanguard
  • Published May 7, 2015
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Sabato 15 novembre 2014, al Color Cafè di Bassano del Grappa, Dischi Soviet Studio (in collaborazione con Punk Vanguard Magazine) presenta: Etruschi From Lakota live.

Talentuosa rock band italiana, originaria di Montecastelli Pisano (PI), vincitrice del premio FAWI (assegnato da Arezzo Wave) come miglior gruppo emergente italiano, e del premio Buscaglione nel febbraio 2014, sta facendo sentire i suoi suoni in giro per la penisola. Un interessante gioco musicale tra rock urlato anni ’70 e cantautorato politico dei bei tempi passati.

Incuriositi, abbiamo deciso di conoscerli meglio e far loro alcune domande.

Com’è nato il progetto “Etruschi From Lakota”?

Il progetto Etruschi From Lakota nasce dall’incontro con il nostro attuale produttore Nicola Baronti, ufficialmente nel marzo 2011 con l’uscita del nostro ep “Davanti al Muro”.

Qual è il significato del nome?

Il nome nasce da un poster appeso in camera della mamma del cantante di un’associazione toscana che aiutava le popolazioni native americane.

Perché avete deciso di trasmettere un messaggio “politico” attraverso la musica?

Oggi se vuoi trasmettere qualcosa con la musica difficilmente riesci ad essere fuori dalla politica, poi se unisci la musica con il testo: non c’è proprio via di scampo.
“Imparare a riconoscere la propria politica nella musica” questo è quello che facciamo.

Quali sono le vostre influenze artistiche?

Siamo partiti ascoltando la musica rock/blues anni 60/70 da i Led Zeppelin fino a Hendrix con varie influenze americane e inglesi poi abbiamo coltivato gli ascolti mettendosi a confronto con il cantautorato italiano da Gaetano a Dalla a Graziani fino ad ascolti più recenti da Black Keys a il Pan del Diavolo.

Quali sono le cose belle e le cose brutte della scena musicale italiana?

Possiamo dire che si stanno muovendo nuove realtà sotto l’aspetto della tutela musicale basta vedere i ragazzi di Soundreef e la loro battaglia per un mercato libero ma stiamo sempre più incappando in un mercato digitale che distrugge l’emergente senza dargli spazio.

Poi bisognerebbe continuare a dare spazio alla musica live e tutelare di conseguenza i locali e i musicisti che vi suonano.
La notizia che molti festival rischiano di chiudere e altri che lo hanno già fatto, fa crescere la paura che non conti più il pubblico o l’artista.

Elliot Walker

Una nave in una foresta – Subsonica

  • By Punk Vanguard
  • Published May 7, 2015
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Ho ascoltato l’ultimo album dei Subsonica uscito pochi giorni fa, e ho sentito il dovere di esprimere la mia opinione.
“Una Nave In Una Foresta” è il settimo disco, in diciotto anni di attività, per la band di origini torinesi.
Sette album non sono pochi; bisogna essere veramente capaci, come musicisti, per creare sette capolavori senza mai ripetersi o crollare.
Solitamente quando si arriva a questi livelli si hanno due possibilità:
– o si compone un album commerciale che spaccherà i sostenitori in due gruppi contrastanti;
– o si compone qualcosa di mai provato prima che inorridirà la gente, firmando la propria condanna a morte.

A mio avviso “Una Nave In Una Foresta” non è nè commerciale, nè la condanna a morte dei Subsonica.

Con questo album sembra siano tornati alle origini, mantenendo però l’influenza della musica contemporanea.
Per tutta la sua interezza c’è un continuo cambio di generi musicali, tutti sapientemente collegati tra loro. Si parte dalla techno per arrivare all’indie rock stile Bloc Party, dalla drum n bass al rock più puro, senza mai sbagliare, senza mai inorridire l’udito.
Sintetizzatori e chitarre elettriche creano atmosfere mutevoli e psichedeliche, tra un misto di suoni elettrificati e samples midi. La voce accompagna l’ascoltatore in questo viaggio ultraterreno, inghiottendolo nella storia, come per non farlo sentire solo.

I testi delle canzoni rimangono il punto forte della band. Pensieri nascosti, rima dopo rima, ironia velata, denuncia, poesia, romanticismo. Ogni canzone tratta una tematica differente, come per “Il Terzo Paradiso”, brano realizzato insieme a Michelangelo Pistoletto, artista contemporaneo di fama mondiale, riportando il tema dell’ambiente, già utilizzato dalla band in precedenti brani. Oppure “Licantropia”, una poetica ballata notturna, mista a romanticismo urbano //…“..il tramonto sul discount ha il suo picco di poesia, lo fotografo per te che non sei mai stata mia..”//. Ed infine “Ritmo Abarth”, un vero e proprio elogio allo scorpione rombante della FIAT //…”Dammi una sola occasione, il motore è pronto ad urlare, ho un Ritmo Abarth nel cuore, un orgasmo di cromature. Una trazione anteriore. Freni che non voglio toccare…”//.

Consiglio di ascoltarlo senza distrazioni esterne.
Con un buon impianto stereo.

Elliot Walker

Tom Rosenthal

  • By Punk Vanguard
  • Published May 7, 2015
  • Tagged

Non so dirvi molto su di lui o sulla sua vita. L’ho conosciuto per caso. E quando vado su Google o su Wikipedia per saperne di più trovo solo informazioni su di un certo Tom Rosenthal – Actor & Comedian. E ancora non riesco a capire se sia anche il cantante di cui voglio parlarvi o no.

Iniziamo. Tom Rosenthal ha 26 anni, vive a Londra e fa in cantautore. All’attivo ha due album: “Keep a Private Room Behind the Shop” e “Who’s That in The Fog?”. Non so dirvi per certo se faccia anche il comico o l’attore, perché nei suoi video e nelle sue canzoni non manca mai il tipico humor inglese un po’ demenziale e forzato.

Sono rimasto stupito del fatto che su YouTube il numero di visualizzazioni dei suoi video sia molto basso. Solo con “Take Care” arriva quasi a 154 mila. Altrimenti la soglia dei 35 mila non viene quasi mai superata. Sono sconvolto perché Tom fa musica veramente bella. Ovviamente non potrà piacere a tutti. Però sono sicuro che non lascerà nessuno indifferente.

Tom Rosenthal fa musica Folk, principalmente canzoni in acustico accompagnate dal piano. La sua voce è singolarmente particolare (proprio così). Testi nostalgici accompagnati a favolette demenziali. Perfino i video sono così lenti e vuoti, che ti danno il tempo di rilassarti e sorridere. Il tutto ti lascia un po’ di tristezza in testa, ma sai che finita la canzone sarai più ricco di prima. Avrai in tasca nuove emozioni e nella mente vecchi ricordi.

Spero vi piaccia. O almeno vi trasmetta quello che ha trasmesso a me.

Elliot Walker

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Taken by Cars

  • By Punk Vanguard
  • Published May 7, 2015
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DUBLIN INVESTIGATION Alla ricerca dei nuovi volti della musica indipendente.

D. I. ogni mese scova per voi giovani band provenienti da tutto il mondo, pressoché sconosciute al grande pubblico, ma aventi un sicuro potenziale e vogliose di farsi sentire. La scena indipendente si mostra a voi, presentata dal vostro fidato e fedele investigatore McKeane!

Se vi dico “Filippine” qual’è la prima cosa che vi viene in mente? Forse al tifone che li scorso novembre ha causato la morte di oltre 5000 persone, forse a Manny “Pac-Man” Pacquiao, il primo pugile a vincere 10 titoli mondiali in 8 differenti categorie di peso, o forse ancora ai famosi filippini che fanno da governanti nelle case dei ricchi.

Molto probabilmente, tuttavia, non avete pensato ai Taken By Cars, la band di Manila che voglio portare alla vostra attenzione. Influenzati dalla musica indie rock inglese, si formano definitivamente nel 2006 e hanno all’attivo 2 album: “Endings Of A New Kind”, del 2008, prodotto tra gli altri dalla Warner Music, che li ha fatti conoscere in tutto il continente asiatico e “Dualist” del 2011.
Con quest’ultima uscita vengono definitivamente consacrati in Asia e vengono nel 2012 diventano il primo gruppo filippino a suonare al celebre festival americano SXSW.

Il loro è uno shoegaze misto ad alcune basi elettroniche, ma il filone generale è quello dell’indie rock. La voce di Sarah Marco è decisamente delicata, non eccede mai in grandi vocalizzi, ma riesce sempre a dare un tono malinconico e, quando serve, frenetico.

Pezzi come “Logistical Nightmare” e “Uh Oh” trascinano con sé il gusto per l’elettronica/dance mentre “Thrones: Equals” o “December 02 Chapter VII” sono più riflessivi e parlano del grande tema dell’amore, molto caro a Sarah Marco. I Taken By Cars hanno tutte le carte in regola per farsi spazio tra i nomi più promettenti dell’indie rock europeo, l’unica cosa che li tradisce sono gli occhi a mandorla, ma la musica si ascolta e non si guarda.

SMcK